17/08/20



Ciao a tutti, vi voglio parlare dell’arrendersi a qualcosa di infinitamente più grande di noi.

Per capire, facciamo finta che questo “qualcosa” sia una persona: quando si può giungere al desiderio (non forzatura) di arrendersi a un altro? Quando questo desiderio è mosso dall’amore verso l’altra persona. Così, spontaneamente cessano le opposizioni, scompaiono i contrasti e le resistenze.

Amare questo qualcosa di infinitamente più grande di noi è possibile anche se non è un oggetto definibile. Anzi, proprio perché caratterizzato dall’infinitezza è senza limiti, onnipervasivo, universale… è la vita stessa. Quello che nelle religioni, per convenzione, si è deciso di identificare con il termine “Dio”. Allora accoglierlo significa accogliere la vita e dirle sempre di sì. Più si accetta quanto capita nella vita e più c’è amore. Ma anche creare l’ambiente ideale per cui la vita e l’amore affluiscano.

Come sarà un’esistenza carica di amore e vita? Ricca di felicità, soddisfazione e realizzazione.

Ma attenzione, non si sta parlando che per essere pienamente felici bisogna compiere chissà quale sforzo, che per avere appagati i propri desideri si deve per forza rinunciare a qualcosa o che per vivere una vita realizzata bisogna mettere in conto che la spunterà solo chi si carica di caparbietà e spirito di sacrificio. 

No, non ci sarebbe alcuna guerra o arrampicata da compiere. 

L’unica cosa da fare è semmai il contrario: smettere di opporsi a quanto la vita propone, scegliere di reagire alle cose con amore. E anche questo atteggiamento è da compiere, non è spontaneo. È il modello mostrato nel Vangelo, il quale deve essere, appunto... fatto.

Io sono nato e cresciuto in un ambiente cattolico, così che spesso capitavano occasioni in cui si parlava del Vangelo (in chiesa, a scuola, a catechismo, in famiglia). Eppure tali discorsi parevano poi non avere un riflesso nelle scelte quotidiane, nel modo di vivere… anche di coloro che me lo volevano spiegare. Come se esso fosse solo un costume, una tradizione aleatoria da tramandare della quale è sufficiente acconsentire a farne parte e accettare di capirla in un modo o in un altro. Invece, il Vangelo non è una cosa che deve essere semplicemente capita, anzi, va al di là del mero comprendere. Addirittura, per adattare certe pagine al ragionamento quotidiano delle persone, trovavo che il Vangelo veniva spiegato in modo banale, sempliciotto e pure mitico. Come qualcosa, appunto, che può solo essere messo da parte quando si crescerà e si inizierà a fare le scelte autonome per la propria vita.

Piuttosto, il Vangelo è pratico e in questo modo lo tratto nel mio libro. Assumere nella propria vita i comportamenti lì introdotti, anche le riflessioni che apparentemente paiono illogiche, porterà a un cambiamento radicale nella propria vita. Inaspettatamente. Arricchendola di felicità, soddisfazione e realizzazione che non si consumano.

Come si può avere la prova di ciò? Nel fatto che io non ve lo sto dicendo perché l’ho imparato da qualche parte, ma perché lo vivo. Iniziamo a imparare, infatti, che il Vangelo non invita a una vita speculativa ma pratica. Tant’è che non vi servirà a niente credermi, perché le credenze non possono portare a cambiamenti inconsumabili come qui proponiamo: voi tentate e poi credete solo a quello che troverete. Fatevele da sole le prove.

A meno che, ovviamente, voi non abbiate già deciso che la felicità può essere invece solo qualcosa di transitorio e fugace... 

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