Negli ultimi anni si è diffusa una forma di spiritualità sempre più accessibile, continua e onnipresente. Tecniche meditative, percorsi energetici, pratiche sciamaniche, coaching spirituale, ritualità contemporanee, ricerca del “sé autentico”: tutto sembra orientato verso l’idea di una trasformazione personale permanente.
Eppure, proprio mentre il linguaggio spirituale invade la cultura contemporanea, emerge un paradosso evidente: moltissime persone continuano a vivere in una tensione interiore costante.
Ma raramente arrivano a una reale liberazione psicologica.
È da questa contraddizione che nasce il percorso di “Autosciamano”, strettamente collegato al lavoro che ho sviluppato nel saggio "Vangelo Pratico" in cui il Vangelo viene affrontato non come sistema religioso o dottrinale, ma come processo concreto di trasformazione della coscienza.
Nel libro sostengo un punto molto preciso: il Vangelo non va interpretato soltanto intellettualmente, ma vissuto come esperienza diretta. Non come accumulo di credenze spirituali, ma come possibilità di attraversare la dissoluzione delle strutture interiori che producono separazione, paura e bisogno di controllo.
Ed è esattamente qui che il discorso si collega alla crisi spirituale contemporanea.
Oggi la spiritualità rischia spesso di funzionare secondo la stessa logica del consumismo. Cambiano gli oggetti, ma non il meccanismo psicologico.
In entrambi i casi esiste un io che si percepisce incompleto e tenta continuamente di colmare quella sensazione di mancanza.
Per questo il problema non riguarda l’efficacia delle tecniche spirituali. Molte tecniche funzionano davvero. Producono benessere, stabilità emotiva, stati percettivi intensi, senso di apertura.
Perché una pratica può anche ridurre temporaneamente la sofferenza, continuando però a rafforzare l’idea di fondo che ci sia un “sé” insufficiente che deve continuamente trasformarsi per sentirsi finalmente completo.
Il punto non è perfezionare l’ego.
Il punto è vedere il meccanismo stesso che lo sostiene.
Nel libro, il Vangelo viene letto come una descrizione simbolica della caduta dell’identità separata. Quando Cristo parla di “perdere la propria vita”, il riferimento non viene interpretato in senso moralistico o religioso, ma come dissoluzione dell’immagine psicologica attorno a cui costruiamo continuamente noi stessi.
Questo cambia completamente la prospettiva.
È un passaggio molto diverso dalla crescita personale contemporanea.
Anche il mondo spirituale spesso riproduce questa logica senza rendersene conto.
Ma cosa accade se la sofferenza nasce proprio dalla continua centralità attribuita all’io?
Questa domanda attraversa tutto il percorso di “Autosciamano”.
Per questo il termine non indica una nuova tecnica o una nuova identità spirituale. Al contrario, indica la fine della delega.
Ma esiste un momento in cui questa ricerca può essere osservata senza essere più alimentata.
Nel mio lavoro questo punto si collega direttamente anche all’interpretazione del Vangelo come esperienza non duale.
La separazione fondamentale non è tra esseri umani diversi. È la percezione di essere un io isolato davanti a una realtà esterna che deve essere controllata, interpretata o conquistata.
Da quella percezione nasce il bisogno incessante di completarsi.
E allora anche la spiritualità rischia di trasformarsi in un sofisticato tentativo di gestione dell’insicurezza esistenziale.
Per questo in il tema centrale non è la fede come adesione religiosa, ma l’affidamento. Non un credere dogmatico, ma il venir meno della necessità di controllare continuamente la vita attraverso l’identità.
Questo non elimina l’azione, i desideri o i bisogni umani.
Cambia però il modo in cui ci relazioniamo ad essi.
La vita continua: si ama, si lavora, si soffre, si crea, si attraversano conflitti e trasformazioni. Ma tutto questo smette lentamente di essere utilizzato come materiale per costruire un’immagine da difendere.
Per questo il percorso che propongo non è una nuova dottrina spirituale. Sarebbe una contraddizione. È piuttosto un invito a osservare il movimento continuo con cui l’essere umano cerca di proteggersi attraverso identità, credenze, pratiche e interpretazioni.
E forse la vera trasformazione non avviene quando aggiungiamo qualcosa a noi stessi. Forse avviene quando smette lentamente di essere necessario tutto ciò che usavamo per sentirci completi.
Nel video, parte della conferenza su questo tema tenuta al FESTIVAL DELLA NUOVA UMANITA' a Padova, 2026.















