01/02/23

IN PRINCIPIO C’E’ LA FINE - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 25

Qui di seguito il venticinquesimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA


che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


IN PRINCIPIO C’E’ LA FINE




La morte non esiste, nel Vangelo non se ne parla. Certo, l’evento della morte è riportato in varie occasioni nei resoconti del Nuovo Testamento, eppure non come elemento che segna una conclusione. La morte è un espediente usato per spiegare l’inizio. L’acquisire una nuova coscienza, abbiamo già visto, viene raffigurato come un morire e rinascere una seconda volta. Inoltre, è raccontato pure che una persona deceduta può venire riportata in vita.
La morte che viene comunemente vissuta come un impantanarsi nella sofferenza, si ritrova narrata solo per leggere quando Gesù incappa nei parenti di un defunto al suo funerale. Il loro accodarsi nella mesta cerimonia viene visto come un’incresciosa distorsione sulla realtà vera della vita. È ovvio che il Cristo quando critica simili scene non intende mortificare chi soffre o manifestare verso di loro una cinica insensibilità. Semmai è un segnalare che il credere nella realtà causale di vita e morte è un perdere di vista la Verità che ci sta dietro.
Un efficace modo per chiarire questo aspetto lo si trae se si tiene conto che la vera realtà e il Padre sono eterni e infiniti. Colui che ricerca questa eternità, quindi, inizia a desensibilizzarsi e slegarsi da quanto si vuole interpretare come finito nella nostra vita. L’equilibrio fra esperienza “corporale” e “divina” introdotto nel capitolo precedente non viene meno; pertanto, come si conosce e sperimenta la fine della vita terrena, così si conosce e sperimenta l’infinito della vita non terrena. La coesistenza dell’esperienza “corporale” e di quella “divina” viene proposta, ad esempio, quando Gesù indugia a raggiungere Lazzaro sul letto di morte. Quando vi si recherà, ormai sarà già deceduto e così Egli viene travolto dal dolore del lutto per il caro amico che non c’è più, e allo stesso modo i suoi famigliari. Tuttavia, questa pena sarà d’aiuto a tutti per riconoscere Gesù come il Cristo in quanto la tramuterà in gioia a seguito di uno sviluppo del tutto inimmaginabile: Lazzaro verrà fatto risorgere.
L’uomo, perciò, non deve distrarsi a dimenticare la propria natura eterna. Nel suo essere eterno e infinito (o in un’immagine: un’anima individuale fusa nell’anima universale) fra le infinite cose che è, è anche l’essere umano nel quale sta vivendo in questo mondo. Convincersi di essere soltanto la persona in cui ci si identifica sarebbe come se si credesse di essere un accessorio del proprio abbigliamento o solo un organo del proprio corpo invece che la sua interezza.
Una similitudine potrebbe essere nell’immaginare che il corpo e la mente sono la struttura che serve a permettere l’esperienza in questa realtà allo spirito e a proteggerlo, come lo è la buccia per il frutto. Ma buccia e polpa non sono confondibili e neppure si possono scambiare.
Tornando al Vangelo: il fedele (come vediamo dall’atteggiamento di Gesù sopra ricordato) quando è costantemente immerso nel pensiero del Padre e dei Suoi infiniti eventi e forme che ci permettono di intercettarLo, facilita la sua rinascita a vita nuova. Alla minima lagnanza nei confronti di ciò che si vive, l’uomo sta di fatto lamentandosi di Dio. E lo sbuffare, il bestemmiare sono atteggiamenti così quotidiani che possono essere giudicati costanti come qui si descriverebbe invece la devozione. Quindi, non è un’esagerazione invitare il fedele a pensare continuamente all’Assoluto; sarebbe un po’ come ribaltare i pensieri che si fanno quando si maledice (continuamente) ciò che non è come si desidera.
Allora, pensare sempre a Dio non affliggendosi e criticando è pensare a Suo favore. Ci rendiamo conto che il Cristo compiva questa attività in piena coscienza che Dio è il Padre ed è la vera realtà, la Coscienza Suprema, o, se vogliamo, la Persona Suprema. In conclusione: pensando al Padre non limitatamente a una presenza potente, creatrice e dominatrice, quindi suscettibile di paragoni con altri personaggi astratti o speciali; se una Persona è suprema, assoluta, non può avere equali: è l’unica a non poterne avere.
Allora, ci si rende conto che è qualcosa di sensazionale, l’esistenza della morte. Lo stesso aspetto che la morte è esistente ne smaschera la illogicità di fondo: essa, infatti, è l’assenza di esistenza; più essa è presente e meno lo è la vita. Nella realtà materiale, tutto muore, è morte; nulla può evitare questo principio. Tant’è che la realtà materiale è riscontrabile proprio perché c’è la morte, senza la quale non ci sarebbe il mondo in quanto regolato da leggi fisiche.
La morte è l’invenzione divina per permettere alla realtà che sperimentiamo di esserci. Sofferenza e morte sono doni che contribuiscono in maniera profonda a compiere l’esperienza terrena. Ma dal punto di vista della vera realtà, che sottende l’immortalità, la morte non ci dovrebbe essere. Essa è stata appunto creata appositamente e inserita per favorire l’intero evento dell’universo. La morte è l’emblema dell’intervento del Padre e anche della sua presenza in questa realtà. Egli, infatti, è sempre presente, benché la distorta visione della realtà ci tenterebbe a credere che proprio dove c’è morte non ci sia Dio.
A causa della morte, diventa concreta la crescita, la vecchiaia, la dipartita; e anche il bisogno di curarsi, alimentarsi, fare esperienze; le fioriture, il trascorrere delle stagioni, il sorgere e il tramontare del Sole, il movimento degli astri. Vale a dire che per via della morte, esiste il tempo. Ecco spiegato in modo più approfondito perché Dio dà avvio al tempo.
Il tempo come transitorietà non esisterebbe perché in realtà non c’è la morte. Il tempo rappresenta la creazione, è la creazione; è a causa del tempo che essa è possibile. Questo elemento, che viene interpretato come il progredire della natura, è invece una presenza artificiale che spinge la natura a muoversi e seguire i cicli che ben conosciamo. Io posso considerare naturale quello che percepisco con i sensi o che posso studiare scientificamente, ma non posso indicare come naturale il tempo. Anzi, non è neppure riscontrabile, lo stesso essere umano ha dovuto adattare dei mezzi per poterlo calcolare. E solo come espediente per una più facile organizzazione sociale. Nella stessa maniera in cui si era descritto Dio o la vita, possiamo analizzare il tempo: che si possono solo recepirne gli effetti trasversali (come l’invecchiare, appunto, o la morte). La presenza insinuante del tempo nell’universo non può lasciarci indifferenti nel notarla come segno di un qualcosa di infinitamente più grande di noi. Ogni volta che scorgi il movimento del Sole o delle lancette, oppure l’ingrigirsi dei capelli, stai guardando direttamente Dio.
Non bisogna fraintendere Dio come una minaccia negativa perché è presente nella caducità e promotrice della morte, con la percezione dello scorrere del tempo. In realtà, dietro alla morte si cela l’eternità, la quale è conoscenza e felicità senza fine. Chi pensa in questo modo alla morte e a Dio, non ne avrà paura. Sarà una persona che si alleggerisce dalla sola idea materialistica e sensuale della vita; scoprirà che sottomettersi a Dio significa raggiungere un’ampia libertà. La conseguenza è una congruenza con Dio che nel fedele viene appunto spiegata e intesa come una sorta di affiliazione, appartenenza alla stessa famiglia.
Il contrario sono coloro che non riconoscono un simile ruolo a Dio e non ne concepiscono una presenza così pervasiva. Questo punto di vista non è solo influenzato dall’ignoranza, esso è dato dal non volere cedere così tanto potere a Dio. Sono, quindi, persone che è come se volessero riconoscere di avere loro il potere che andrebbe invece riconosciuto in Dio. Non contemplano la possibilità di essere conquistati da Lui perché è come se si vedessero loro, come Dio. E non nella maniera fin qui descritta dell’arrendersi a qualcosa di immensamente più grande di noi e quindi unirsi all’Assoluto, essere in condivisione con Lui. È un sentirsi Dio perché si reputa se stessi e ciò che si vive come le cose più importanti dell’universo. Ma come ci si potrebbe credere davvero così forti se in realtà si è invidiosi di un potere che si sa di non avere?
Ovviamente, è un’invidia inconscia, conseguente a un non accettare il tempo, e quindi la morte. La grande sfida, il fulcro dell’esperienza come esseri umani, sta proprio in questa croce. Come già si è imparato nel racconto della Passione: Gesù che ama la croce. È possibile solo quando si inizia a realizzare che il tempo, e di conseguenza la morte, è Dio. La vera avventura è riuscire in questo intento palesemente incongruente per la realtà materiale di amare la morte. Ma scorgiamo così che in quella incongruenza, quella crisi, sta il segreto per oltrepassare questa realtà, arrivare in fondo al viaggio: giungere alla vita eterna. Paradossalmente, sarà così che si vincerà la morte.
Mentre il Padre è il principio, l’energia che induce alla creazione, alla nascita, e lo Spirito Santo è quello dello sviluppo della creazione, il Figlio lo è per il rinnovamento. Il quale è manifestato in questa realtà materiale nella fine alla quale ogni cosa giunge per affermare il nuovo. Sotto questa luce, la fine e quindi la morte e la sofferenza non sono trattate come mera devastazione. Seppure lo stesso Cristo dimostra questa intera dinamica nell’esperienza della Passione, assurgendo la Sua croce a Suo simbolo, la morte deve essere considerata come un qualsiasi evento da trasformare.
Per riassumere, lo Spirito Santo disgiunge in parti la creazione che è unità, mentre Gesù è l’azione fondamentale già trattata in passato chiamandola trasformazione, trasmutazione, e in questo significato pure la morte e la sofferenza vengono trattate nei Vangeli. Il mistero di Gesù si affronta nel considerarLo il principio della “devastazione”. E così Si presenta quando afferma che è venuto per portare il fuoco, la spada invece che la pace. La pace è la caratteristica di un altro periodo, non di questo: quello che giungerà con la nuova unione.



25/01/23

COME LA REALTA’ VIENE CREATA - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 24

Qui di seguito il ventiquattresimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA


che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


COME LA REALTA’ VIENE CREATA




Gli esseri umani reagiscono tutti agli stessi stimoli mentali che condurranno a espandere o contrarre la propria coscienza grazie a dei precisi significati presenti nella realtà. Questi sono suggeriti attraverso dei simboli, i quali sono l’accensione della capacità creativa. Ovvero, la mente sarà indotta da essi a creare una precisa realtà. La propria mente, quindi, si costituisce e cresce tramite questa dinamica che produce una realtà di qualità e benessere diversa a seconda della capacità interpretativa del singolo.
In questo c’è l’importanza del votarsi a un continuo progresso: rendere la propria mente abile a piani sempre più alti. Essa potrà razionalizzare e quindi interpretare la realtà e affrontarla in maniere distinte a seconda di quanto essa è libera o vincolata da impegni come egoismo, arroganza oppure vani desideri che farebbero per lo più perdere tempo nel percorso stesso di progresso. Perdita di tempo che farebbe, oltretutto, calamitare gli ostacoli stessi che impediranno eventualmente di raggiungere la felicità, soddisfazione e realizzazione alle quali invece si ambirebbe con quell’egoismo, arroganza e avidità. Tale prassi è riscontrabile ogni volta che si ricerca senza sapere dove cercare o si tenta senza sapere come fare, ovvero senza un maestro. Mentre qui abbiamo ricondotto tutto, fortuitamente, al maestro che è il Vangelo.
Il Demiurgo ha pertanto creato la realtà fondando degli archetipi, dei simboli capaci di suggerire dei significati che arricchiranno e influiranno l’osservatore. La Verità stessa, la conoscenza, è espressa tramite simboli sorgenti di qualcosa che in modo sublimale hanno indotto l’uomo al percorso che ha condotto fin dall’alba dei tempi. Sono simboli che condizionano il comportamento, il modo di esprimersi, il progettare gli edifici, creare opere d’arte, iniziare alla Verità, trovare soluzioni. Maggiormente le persone che compiono queste azioni sono consapevoli della Verità e più saranno promotori e diffusori della loro stessa consapevolezza, della Verità, proprio attraverso l’azione che compiono.
Così, è la pratica a cui ci si dedica e le esperienze personali che portano a cogliere l’infinito più ancora delle credenze e dai cammini spirituali che si intendono seguire. Ovvero la parte pratica più che la teorica. Ad esempio, essendo la cultura europea ampiamente condizionata dalla cristianità, chi vi abita riceverà da questo condizionamento (palese e subliminale) i significati e stimoli tramite i simboli, gli archetipi che la formano. Ma anche saranno percepibili, in modo conscio o sublimale, i significati di quelli di altre culture proprio a causa della comune sorgente.
Invece, il semplice decidere che un credo spirituale sia migliore di un altro (ad esempio per presunta efficacia) dimostra che si è ancorati in una mentalità incline a prediligere il fare contrapposizioni. La mente che prende le decisioni attraverso preferenze intellettive, di gusto o di simpatia/antipatia, è ancora concentrata in questo mondo; mondo che può restringersi ulteriormente alzando confini tra una cultura e un’altra, un credo spirituale e un altro. Questa prassi si basa sulla causalità, sull’affidarsi al processo in cui si ripete perennemente nascita, vita e morte.
Una mente che aspira alla consapevolezza e quindi che fa attenzione è semplicemente votata al desiderio di raggiungere Dio, ovvero realizzare il Sé più profondo: la vera realtà. Una brama che non appena viene avviata non può più essere fermata, come non si può fermare la spinta del fiume verso il mare; perché è come un naturale desiderio di ritornare a casa.
La chiave risolutiva sta in un tendere all’equilibrio e alla compartecipazione di entrambe le nostri parti: quella più bassa legata alla materia e quella più alta, divina. È per la convinzione di uno stato di eterna adesione a Dio e beatitudine che si può sperimentare una vita libera da qualsiasi vincolo, compreso quello che può accadere al corpo fisico nell’invecchiare e morire. E, allo stesso modo, è l’ignoranza della vera realtà che porta a persuadersi di vivere un’esistenza costretta dalle leggi della fisica che porteranno all’inevitabile estinzione. Sono entrambe due conoscenze, una raffinata e l’altra maggiormente grossolana e attratta dalle cose più immediate e inferiori. Ogni essere umano nasce con entrambe queste due “menti” e la predisposizione naturale a stimolarle e ravvivarle. Se ci si concentra su una si intiepidisce l’altra, ecco perché bisogna ricercare un equilibrio tra mente “divina” e mente “corporale”.
Una confusione potrebbe avere luogo nell’invertire l’applicazione delle due menti, come nel caso già trattato del vivere il consumismo al pari di una via liberante. Oppure quando si ricerca una elevazione spirituale con attitudine pragmatica e rigorosa come se si affrontasse una qualsiasi materia da comprendere con la mente, e non con il cuore. Come fosse un’attività economica, sportiva, professionale e non immateriale, religiosa. Questo può portare all’indirizzarsi a una pratica o a un cammino spirituale diverso da quello della propria famiglia o comunità di origine per avversione a una cultura che si giudica non idonea a sé perché a essa non si è stati formati adeguatamente, in modo maturo e con risultati. L’azzardo e la confusione avrebbero in quel momento luogo perché si tratta di una scelta effettuata a seguito di ragionamenti e non perché attirati o risvegliati da qualche archetipo intravisto da quel particolare cammino spirituale o pratica. Appunto, una decisione causata dalla mente e non dal cuore.
Ovviamente, con questo non si vuole lasciare intendere dell’impossibilità che ci sia una crescita affrontando trasversalmente più culture, anche diverse da quelle di origine. Anzi, abbiamo già lasciato intendere che lo stesso insegnamento evangelico travalica i confini che si credeva avesse dimostrando comunanze con culture che si perdono nell’antichità e nei quattro angoli della Terra. Inoltre, abbiamo fede che l’esperienza personale è quanto di più esatto si necessiti nel momento che la si vive. Piuttosto, vogliamo mostrare che non c’è qualcuno che ha la verità e altri la ignorano: ogni popolo, ogni persona, ne è costituito e nella sua storia l’ha edificata con la propria cultura. Anche se non lo ricorda più o se la propria società trascuri o assopisca tale radice.
Allora, per converso, nel proprio ambiente, la persona del nostro esempio potrebbe intercettare in modo ugualmente diretto e sublimale la conoscenza. Piuttosto che ricercare altrove a caso, a volte pure con insaziabilità, spinto da una riflessione contestativa. Senza, quindi, un maestro.
L’uomo è attirato dalla conoscenza, dalla Verità, ovvero dall’infinito perché, abbiamo visto, è la sua vera natura. E questo infatti è il motivo per cui in un modo o in un altro se ne rimane sensibili vedendola riferita attraverso le regole seguite per costruire l’ambiente culturale in cui si vive. Come nelle architetture, le opere d’arte, le modalità per costruire ragionamenti. Ecco perché le persone affluiscono in determinati luoghi, sono attirati da precisi contesti, fanno la fila per poter vedere un’opera d’arte e così via. In ognuna di queste cose, misteriosamente, esistono informazioni sull’infinito. Le quali sono state seguite perché apprese allo stesso modo: direttamente o come stimolo sublimale da un archetipo. E l’archetipo, nel diventare così un oggetto o un’azione, andrà ulteriormente a diffondere quelle informazioni.
Malgrado questa attrazione che il soggetto subisce, egli potrebbe non sapere come interpretarla a causa di un mancato studio rivolto al sé più profondo, alla Verità. E anche chi invece ne riceve lo stimolo, potrebbe disperdere o deviare le informazioni inconsciamente ricevute quando poi non trova nel proprio ambiente delle strutture adatte per affrontare un approfondimento, un viaggio nella consapevolezza. Nella nostra società si può rischiare di vivere un’intera vita senza quasi mai venire a contatto con contesti o studi che invitino alla spiritualità. Si può affermare allora che grazie al contesto giusto, agli stimoli appropriati, la mente venga comunque alimentata nel modo più sano per predisporsi a ricevere intuizioni. Le quali serviranno a cogliere e utilizzare le informazioni inconsciamente ricevute.
È naturale che non appena una persona si convince che non può accontentarsi di un’esistenza caratterizzata da soddisfazioni che finiranno ogni volta per essere contraddistinte da limiti, ambirà ad altro. Inizierà un’indagine che lo condurrà fin dove potrà cogliere l’infinito; il quale, proprio per la sua natura infinita, era anche già presente laddove aveva cominciato la sua ricerca.






17/01/23

DIO E’ UNA PERSONA, E QUELLA PERSONA SEI TU - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 23

Qui di seguito il ventitreesimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 
IL GIORNO DELLA SALVEZZA
che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.

DIO E’ UNA PERSONA, E QUELLA PERSONA SEI TU




La prova che porta veridicità a quanto si afferma si trova nell’esistenza stessa di queste affermazioni. Se di esse fosse l’assurdità a vincere, non sarebbero resistite fino a oggi. E la loro persistenza non è tanto nel mantenimento di tale conoscenza e nella creazione di una struttura che la proponga. Semmai nell’incredibile evento che è la stessa messa in moto della realtà così spiegata e nella sua esistenza.
La prova della sua veridicità è così nell’avvenimento incredibile che qualcuno dei nostri antenati abbia in qualche modo captato la verità sull’universo e sia stato in grado di trasmetterla attraverso dei racconti. Che nel caso dell’Antico Testamento si ritrova, ad esempio, nel mito del Paradiso Terrestre, come abbiamo constatato. L’Antico Testamento comprende un’enorme mole di eventi ed episodi straordinari, anche per un lettore contemporaneo; eppure è il libro della Genesi a offrire questa conoscenza che chiunque può avvertire come propria o vicina a sé. Anche se non ne dovesse riconoscere il motivo.
Pure il Nuovo Testamento, seppure riporta fatti avvenuti nell’arco di poco tempo e poche sono le dirette parole pronunciate da Gesù lì riportate, è stato sufficiente per condizionare per sempre le persone fino ai giorni nostri. Anche qui, non è tanto nell’esperienza affascinante del Vangelo e in ciò che il Messia fa vivere a chi Lo incontra, ma nell’evidenza che da allora si sia trasmessa questa fede. Di generazione in generazione, indipendentemente dalla capacità di comprensione del singolo.
Ciò che abbiamo trattato negli ultimi capitoli è qualcosa che va decisamente oltre il senso comune, eppure si è in grado di afferrarlo grazie a questa fede. E a trasmetterlo attraverso i secoli malgrado tutte le limitazioni possibili: è questa la prova migliore che questa conoscenza è vera. Anzi, più correttamente: è viva; è vera perché è vivente, vive di vita propria. E allora si insinua nella mente delle persone malgrado la loro personale preparazione; viene captata dalle intuizioni o appare improvvisamente quando si cerca una strada proprio per raggiungere la Verità.
Così, la mia personale esperienza che mi conduce ad accorgermi della Verità sta a seguito del mio semplice desiderarla. Desiderio che mi spinge a scrivere testi di filosofia religiosa per poter tracciare delle delucidazioni e, così facendo, esse vengono alla luce, benché io non abbia alcuna preparazione universitaria. Come a dire che sia sufficiente uno scostare la superficie torbida per essere capaci di avere una visione limpida di tutto quello che sta oltre. La Verità, quindi, è dietro ogni cosa, è ogni cosa: questa è la prova della sua stessa esistenza.
Ed è anche la prova della falsità in tutto quello che ci appare come vero, che sarebbe solo la maschera dietro alla quale sta confusa la vera realtà. È ovviamente normale affidarsi alla prima percezione delle cose, non si vuole metterlo in discussione; tuttavia, essa è solo la coperta, non la consistenza, il contenuto, la sostanza.
Il medesimo rapporto si evince anche al di là di quello che individualmente possa capitare e dalle scelte che si prendono. Perché le persone stesse replicano l’intero universo dentro di loro e, ugualmente, l’universo rappresenta un macrocosmo del corpo umano.
E l’uomo è pure riproduzione di Dio stesso, come si è lasciato spesso intendere. La Trinità, che è la modalità di esperienza che l’essere umano può avere con Dio in questa realtà, è in lui. Dio, infatti, è: la conoscenza che si desidera raggiungere in questo viaggio, l’esperienza stessa che serve per raggiungerla e la persona che sta compiendo il viaggio.
Un’educazione avvezza al vedere come un peccato di superbia il rapportarsi in modo paritario a Dio impedisce la scoperta che Dio è già noi. Risultato inevitabile se si percorre la pratica del Vangelo.
La stessa conoscenza a riguardo di Dio che una persona può intercettare è vera perché il credente, convincendosene, la rende concreta. Non scordiamo che è l’individuo a creare la realtà (e quanto in essa sia possibile o meno) a seconda dei propri pensieri. Così, come questo può andare a influenzare la realtà percepibile così può andare a costruire un determinato paesaggio astratto. La Trinità stessa, e così ogni immagine che l’uomo può elaborare e provare a descrivere su quanto è invisibile, diventa reale per il solo fatto di credervi. Altrimenti non sarebbe in quel modo, e questo non significa che non esisterebbe ma che per essere percepibile all’essere umano deve prendere quelle caratteristiche che egli pensa che debba avere. Allora, Dio per agire in questo universo non può che ordinarsi in una Trinità per la concezione che l’uomo è in grado di descrivere a sé e ai suoi contemporanei. E di conseguenza, la coscienza universale sarà esattamente in quella maniera: questo testimonia quanto la coscienza individuale e quella pura e universale sono in fondo la medesima cosa. Proprio come le persone, indipendenti le une dalle altre, possono arrivare a scrivere la stessa frase usando una stessa sequenza di parole formate dalla stessa sequenza di lettere, così vanno a costituire in modo identico l’intero universo. Al di là delle particolarità personali, Dio vi si adatta per essere sperimentabile, realizzabile. Come sempre adattabile e sempre diverso può apparire il flusso dell’acqua di un fiume.
Nella molteplicità delle culture mondiali, ogni abitante sperimenta una vita nel medesimo universo perché la Verità che sta in fondo presenta la stessa coscienza come sorgente matrice di tutto. Anche laddove ci si possa confrontare con religioni e movimenti spirituali diversi perché in realtà sono tutti una fede rivolta allo stesso credo. Quest’ultimo si manifesta in innumerevoli interpretazioni, tuttavia è l’immaginarlo in un dato modo che crea reale tale visione. Tutte le fedi, infatti, sono visionarie nel significato appunto che rendono concreto il frutto dei propri convincimenti così che ciò a cui si crede diventa realmente vero e la personale esperienza potrà farne ottenere delle prove. Questa uguaglianza di fondo è un ulteriore testimonio che la pratica del Vangelo non è vana.
Non è importante sostenere che tutti i credi in realtà sono uguali nel loro cuore, perché già sapevamo che la Verità sta solo nella corrispondenza e non nel creare elementi opposti. Piuttosto, è determinante focalizzarsi sulla funzione che ha l’individuo di creare a seguito dell’accorgersi di essere implicato nella coscienza pura, cosmica, creatrice. Se uno può creare la conoscenza è perché egli stesso è fornito di quella conoscenza che ne permette la creazione. E lo stesso processo di (auto)generazione è la conoscenza, per questo si precisa che il singolo individuo che raggiunge la conoscenza può considerarsi pure come la conoscenza e il processo stesso per ottenerla, cioè crearla. L’uomo, infatti, è Dio da questo punto di vista; proprio come può essere visto alla stregua di animale se non considera possibile una connessione con il Padre.
Se si pensa che Dio è qualcosa da noi separato, che non è noi ma un elemento scisso che sta disunito dall’universo, allora questo pure creeremo impedendoci così di intercettare la sua immensità in noi. Così facendo, si può amare Dio e averci un rapporto solo come l’idolo in una religione non rivelata; perché soltanto quando io capisco e accetto di essere Dio, allora Lo potrò amare per davvero. Compiendo la morte e rinascita esotericamente mostrata nel Vangelo. Solo facendo l’esperienza di Dio posso davvero conoscerLo e amarLo; e per fare questa esperienza, devo realizzarLo e quindi viverLo (esserLo). Altrimenti sarebbe come la differenza che passa fra conoscere il sapore di un cibo fantasticando sopra la sua descrizione riportata su un ricettario, invece che tramite l’assaggio.
“Dio esiste ed è una persona, e quella persona sono io” è un enunciato che posso fare quando credo e sono convinto che non significhi che sono qualcosa di superiore al resto dell’umanità e dell’universo intero, bensì che compongo la medesima sostanza come tutto il resto. Lo posso dire soltanto se so che lo può affermare ciascun esponente della razza umana. E lo stesso è accettabile e valevole per qualsiasi essere senziente dell’universo. Non esiste in realtà alcun possibile solipsismo o anche una semplice unità di voce: l’intero universo è in verità una concorde orchestra. Come non desiderare di partecipare con la propria musica che imprevedibilmente vi si accorderà?




11/01/23

VITA PARADISIACA - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 22

Qui di seguito il ventiduesimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


VITA PARADISIACA


La vita in unione con l’Assoluto è rinvenibile quando si fa esperienza delle cose in modo autosufficiente. Non è che ci si sposterà a vivere altrove, in un altro luogo o in un’altra dimensione, oppure che essa sia dopo il decesso; sarà in un percepire gli eventi attraverso un’altra prospettiva.
Si condurrà la vita solita: come abbiamo constatato è il trovare nuova visione nelle cose di questa realtà a portare a una diversità, nulla di più. Ma questa diversità sarà irreversibile e generativa di imprevedibili esperienze. L’autosufficienza è allora in un essere felici, tristi, sofferenti, gioiosi, soddisfatti, delusi, desiderosi non a seguito di ciò che personalmente ci circonda. Quindi, in maniera autonoma, senza bisogno di attaccarsi a un condizionamento esterno. E questo proprio perché “l’esterno” si inizierà a percepire come illusorio. Nel significato già notato: un mero espediente per centrare la vera realtà.
Come può ciò che è di questo mondo arricchirmi di significati o di suggestioni se lo vedo come invece vuoto e posticcio? Soltanto per il fine di accorgermi appunto che è vuoto e che il senso sta dietro di esso.
Questo mondo e questo universo sono estremamente preziosi per questo scopo. Raggiungibile quando si intraprende un’esperienza, come il Vangelo, che praticandola mostrerà la verità. E la verità è che tutto è questa unica e assoluta coscienza nella quale noi siamo immersi. La realtà, creata appositamente come perfetto campo di addestramento a tal fine, verrà poi semplicemente esperita in attesa di una fusione sempre più totale. Nel Buddismo si spiega con una metafora: essere come sale che viene immerso e così disciolto nel mare.
Allora, l’essere umano è una coscienza che si discioglie nella coscienza pura e suprema che per abitudine abbiamo chiamato Dio. La comprensione della descrizione di Dio come una coscienza primariamente, forse viene facilitata da chi pratica una religione nella quale è interdetta la possibilità di raffigurare il Divino. La divinità, infatti, se rappresentata come una persona finisce per essere così immaginata e infine creduta. Io stesso, per consuetudine, continuo a visualizzare la divinità come un essere umano e per giunta di sesso maschile. E, purtroppo, per farmi capire, anche nei testi non ho mai potuto dargli un soggetto neutro.
Tuttavia, le immagini sono state da sempre utilizzate per suggerire la comprensione. La metafora della gravidanza del precedente capitolo, nella Bibbia è spiegata con il mito del Paradiso Terrestre. L’uomo e la donna sono passati dall’Eden a questo mondo proprio per fare l’esperienza terrena; quindi contraddistinta da gioie e sofferenze, ma il fine è il ritorno al paradiso. Il quale significa appunto il ritorno alla coscienza universale dell’inizio, prima della cosiddetta “scacciata” dal paradiso. Quest’ultima è stata un’ulteriore immagine per spiegare la necessità di farsi uomini per così poter intraprendere la via che porterà al diventare coscienti di sé e del Padre. Sarebbe un errore valutare ciò come una semplice conseguenza all’infrazione della regola di non toccare l’Albero della Sapienza. Specie se si ricorda che Dio è eterno e onnisciente. Quello che viene tramandato come l’episodio della tentazione è l’espediente creato da Dio stesso per indurci a scegliere la via per conoscerLo appieno. Essa doveva essere infatti una scelta, Egli non poteva spingerci in questo viaggio senza un nostro iniziale desiderio. Altrimenti ne avrebbe comportato solo un fallimento, e difatti solo gli spiriti che vengono tentati dalla sapienza e quindi dalla possibilità di fare l’esperienza di Dio vengono poi gettati in questo mondo. Il quale non è una punizione, allora, ma la naturale conseguenza del voler conoscere il Padre: è un’estremizzazione dell’amore per il Padre. L’uomo può e deve ritornare a Dio e nell’Eden.
L’Eden, come il grembo generativo di una madre, è come se ospitasse “tutte le anime”. Per traslato, con delle immagini: quelle che non subiscono la tentazione della sapienza rimangono passivamente a stare fuse in Dio. Quelle che vogliono conoscerLo, scivoleranno poi in questo mondo per godere del contesto perfetto per poter fare effettivamente tale conoscenza. Purtroppo, nel diventare terrestri ci si accorge solo di ciò che è terreno e così non si ricorda del perché si è qui. Ecco l’importanza bellissima dei maestri che insegnano la via.
Anche l’interpretare il libro della Genesi come un riferimento a eventi storici, invece che mitologia, rende la comprensione difficoltosa. L’episodio della tentazione, ad esempio, viene inteso come adescamento e non come impulso, desiderio. Non si tiene conto che il Paradiso nel quale siamo destinati non è semplicemente un ipotetico piano sopra le nuvole dove stare a tempo indeterminato dopo il decesso assieme agli angeli e tutte le persone morte finora. Esso è nuovamente il Paradiso di Adamo ed Eva, al quale si torna quando si ha consapevolezza di Dio. Si ritorna nel baccello dal quale ci si era separati per fare questo percorso. A tal proposito, infatti, più volte nel Nuovo Testamento si spiega che praticando il Vangelo si muore per rinascere a vita nuova. Non è che si va in Paradiso a seguito della morte di questo corpo, ma quando si scopre che questo corpo e questa vita terrena non sono in realtà viventi, la vera vita. Questa è una conseguenza del perché ci si può sentire sicuri nell’affermare che tale percorso può durare anche più vite terrene: fino a che non muore la nostra coscienza di essere anime separate e ci si arrende all’essere coscienza eterna, non fino a che non muoia il corpo fisico.
Per farci fare questo cammino, il Padre utilizza qualsiasi soluzione, anche quella del “serpente tentatore”. Proprio come usa Satana per tentare Gesù nel deserto, sicuramente allo scopo di facilitare la Sua successiva missione e nostra comprensione.
Il nostro posto, la vita effettiva di ciascuno di noi è nel Paradiso. Il quale non è un’ulteriore terra raggiungibile dopo la morte. È il paradiso iniziale, dal quale siamo scaturiti: lì si ritorna non appena ce se ne accorge. Ci si è riempiti di troppe formalità e troppe idee su come deve essere l’Aldilà e Dio. Se invece si decidesse di volerlo semplicemente ricordare, perché già lo si era, si vedrà che non è che bisogna fare ipotesi su come è l’Aldilà perché esso non esiste. Per il motivo che manca il presupposto di un effettivo, reale, “aldiquà”.
L’indirizzo di Dio ad Adamo ed Eva di procurarsi il sostentamento con il sudore della fronte e di partorire con dolore, non è l’epitaffio di una punizione ma il trasmettere l’informazione su come deve essere affrontata e superata nella maniera più effettiva l’esperienza: tramite la vita terrena.
Tutto ciò avviene grazie alla compresenza di tre agenti: Dio che crea il tutto, lo Spirito Santo che veicola l’energia divina che permetterà all’uomo di inabissarsi in questa realtà e venirne fuori e Gesù che mostra la via per rigenerarsi e così finalmente realizzarsi in Dio. Questa Trinità è il tutto e ha anche concretizzato tutto, Essa è la coscienza universale, suprema: la vita. Tutto quello che io posso affermare per descrivermi ha a che fare con la realtà illusoria, quello che va oltre a ciò è me ritornato a vivere nell’Eden.
Così, mettendo da parte la possibilità di darne una descrizione esauriente, rileviamo con fiducia che anche in altre religioni è presente la Trinità. Ovviamente con altri nomi, ma sempre finalizzata a creare, permanere e infine distruggere quello che si crede vero. Vengono adoperate metafore differenti per trasmetterlo, oppure molto simili a quella tramandata a noi dal libro della Genesi. Tutto il mondo è da tempi immemorabili sintonizzato sulla stessa frequenza che lo pungola per far ricordare chi si è e da dove si viene. Poi, per trovare il modo per ritornarvi si sono diffuse varie credenze e dottrine, a seconda delle differenze culturali, malgrado fossero partite dalla stessa conoscenza. E pure le varie credenze si sono a loro volta modificate nella Storia e hanno comportato aggiustamenti nella trasmissione della Verità stessa. Le differenze, è normale, di conseguenza, che ci siano. La trama che vi sta dietro, però, è la medesima perché si tratta della stessa energia che ci alimenta. Considerare le varie religioni dei modi distinti per spiegare l’invisibile, non le mostrerebbe come delle religioni, ma dei semplici punti di vista, delle filosofie. Come sappiamo, esse fanno schierare le persone allo stesso modo delle tifoserie calcistiche, quando si fanno differenze. Le religioni sono “solo” dei veicoli per risvegliare la coscienza alla Verità, alla coscienza pura e libera che è Dio.
Le varie credenze e religioni sono come i tanti diversi fiori in un prato. Tutti hanno avuto un’evoluzione a sé stante per essere così caratteristici, ma tutti sono sorti dalla medesima spinta iniziale che misteriosa sollecita dal nulla il seme a germogliare. Ogni cosa, anche una dottrina spirituale ha una vita perché è attraversata dalla vita. La quale è la stessa, unica, indivisibile.
Giungere nel XXI secolo senza sapere nulla di ciò è l’unica colpa alla quale vale la pena rimediare. L’unico teologico peccato originale.



04/01/23

SE LA COSCIENZA E’ TOTALE, COME NON FARNE PARTE? - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 21

Qui di seguito il ventunesimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


SE LA COSCIENZA E’ TOTALE, COME NON FARNE PARTE?




Una metafora utile per cogliere ulteriori approfondimenti sull’essere umano e la sua esperienza in questo universo è quella della gravidanza. L’uomo è immerso in un oceano che è ogni cosa, come il bambino è nel grembo materno. Ma questa totalità, solo incidentalmente può venire descritta come la quantità globale di cose che ci sono nell’universo. Perché esse sono solo le molteplici forme che l’unica sostanza prende di volta in volta. La quale, abbiamo colto, è quello che ci siamo abituati a chiamare Dio, ma che non è Dio inteso come una figura esterna. Infatti, il feto e il corpo che lo contiene sono inestricabili e senza possibilità e capacità di mostrare una separazione e una distanza fra di essi. Dio è inteso semmai, in modo meno ambiguo, come coscienza: l’aspetto finale che la materia prenderà è solo un dettaglio. La stessa madre, nella gravidanza, è una coscienza che ospita in sé un’altra coscienza; riconoscibile malgrado la palese interconnessione.
Così, per la sua esperienza, il bambino sarà sia a livello di coscienza che a livello organico un unico corpo con la madre. La quale pure non può dichiarare dov’è posto il confine di separazione dal figlio. Il bambino, allora, per quel che può sperimentare e captare, vive non solo il suo corpo ma tutto quello in cui è inserito come parte di sé. È sé: lì è sorto, si è sviluppato e ha cominciato a fare esperienza così che non può avere coscienza di altro.
Il bambino non ha alcuna consapevolezza che esista un’altra coscienza, distinta dalla sua, proprio per via di quella concatenazione. Tutto è se stesso e così, senza incontrare nulla di differente, non ha neppure gli strumenti per accorgersi di sé. È in realtà inconsapevole pure di sé: è soltanto fusione, una coscienza che viene alimentata ma immersa nell’ignoranza.
L’unica possibilità per cui egli possa accorgersi di sé e quindi della matrice che lo ha creato e fatto progredire è ovviamente separandosene. E così diventare cosciente di sé e dell’assoluto che l’avvolge. È, infatti, quanto avviene al momento del parto: nel separarsi, il bambino si rende conto del proprio corpo, scisso dalla madre. Passaggio nevralgico in tutta questa dinamica: il bambino vede la madre. Ovvero, è come se prendesse coscienza di entrambi.
Malgrado la metafora, non dobbiamo perdere di vista che, in realtà, l’essere umano vive la vita separato dalla sua matrice solo al fine di scoprire la verità. La quale, appunto, ha a che fare con un diventare consapevoli di questa coscienza assoluta dalla quale egli è sorto. Ma la sua natura non è quella di entità separata da essa, la separazione è solo l’espediente inscenato per permettere questa scoperta. L’intera realtà percepibile è quindi da considerare come un perfetto scenario inventato appositamente perché noi potessimo diventare coscienti di Dio.
Nuovamente si ribadisce che la mente razionale è il dono grazie al quale l’essere umano arriva a cogliere che il vero sta dietro a questa prima facciata. E non per considerare reale esclusivamente quanto è possibile cogliere con i ragionamenti e le prove tangibili.
Ecco che in questa prassi, le persone possono rendersi conto che allora vivono nei panni di persone per un momento, una vita sola. Per il tempo necessario a vedere la verità, che è appunto quello che è dietro a quanto convenzionalmente si registra come reale.
E quando ci si accorge di ciò, si giudica l’esperibile con lo stesso distacco con cui si giudicherebbe quello che si guarda in una pellicola cinematografica. Avviene spontaneamente, come conseguenza perché si sbilancia l’importanza che si dà alle cose. Come potersi lasciare condizionare, se non superficialmente, da sofferenze, desideri, gioie quando vengono colti come una sorta di parvenza, come la proiezione di un film? Come se fossero un involucro da rompere o un mero percorso da oltrepassare per raggiungere la vera vita.
La vera realtà, allora, è quella vissuta attraverso la personale soggettività: la coscienza. Tutto ciò che viene fornito e vissuto attraverso una elaborazione, un filtro esterno a noi è solo una specie di rimaneggiamento, di artificio. Questa realtà posticcia, esterna, è, infatti, una proiezione di quanto l’individuo ha dentro di sé (che viene poi proiettato al di fuori). Questa capacità di creare la realtà è la chiave di lettura per illuminare la libertà. Abbiamo già visto, difatti, che questa capacità ci mostra sia la nostra vera natura divina, che quella fallace della realtà fisica.
La realtà materica, che a questo punto potremo definire oggettiva, quando rivela la sua caratteristica illusoria, viene valutata come una oppressione, al pari di una prigione dalla quale cercare di uscirne a tutti i costi. E questa fuga pare che debba avvenire a seguito di un percorso di crescita spirituale. In realtà, nessuna via spirituale può facilitare tale liberazione perché la spiritualità non serve per scaricarsi di dosso la materialità. Anzi, quando vissuta a tale scopo, non farà altro che indurre a concentrarsi sulla mondanità e le implicazioni della vita terrena. La spiritualità, nella pratica, deve essere utile a far captare la vera natura della realtà. Se stiamo cogliendo che la realtà è soltanto un artificio illusorio, come potrei fare a liberarmene? Non me ne posso in verità liberare perché non c’è nulla da cui liberarsi, essendo un’illusione. E finché mi concentro sul fatto che me ne devo liberare, ne rimarrò sempre invischiato perché la credo vera. Se abbiamo affermato che è come la visione di un film, avrebbe senso allora volersi liberare dalle avversità che stanno vivendo i personaggi del film? No, perché tu sei solo lo spettatore; solo se si ha uno squilibrio nella valutazione della realtà si può arrivare a immedesimarsi così tanto nei personaggi di un film.
E allo stesso modo, è in questa interpretazione che deve essere letto il significato di “risvegliarsi” da questa realtà. E non perché questa vita è una parentesi deviante come un sogno. Non c’è nulla da cui svegliarsi, perché stai facendo un’esperienza virtuale. Piuttosto, bisognerebbe rendersi conto che si è già svegli.
Il riprendersi da questo giogo, infatti, non avviene a seguito di un particolare lavoro o sforzo, ma come conseguenza spontanea dell’accorgersi che la vera natura a cui apparteniamo sta dietro a quanto superficialmente si percepisce. Quando avviene ciò, viene anche spontaneo sentirsi attratti dall’assoluto perché è la nostra vera natura. Non si può evitare di sfuggire da tale attrazione perché è un ritornare a casa; nell’esempio di questo capitolo: ritornare al grembo materno.
Infatti, non appena si diventa coscienti di Dio, si torna a riunirsi a Lui. E da questo momento in avanti, non sarà un essere uniti come “prima”, cioè nella totale ignoranza di tutto (come il feto nel grembo). Ma il contrario: sapendo di sé, di Lui e di questa realtà illusoria. La vita, d’ora in avanti, sarà non subendo le influenze di quanto sentiamo pungolare dall’esterno, come desideri, sofferenze, sentimenti. Essi verrano comunque vissuti, ma in modo libero, puro, scevro dal bisogno di supporti esterni per ottenerne lo sviluppo e la risoluzione. E per un mero partecipare alla coscienza universale, all’unica vita.
Questa realtà, bisogna sottolineare che per il suo essere giudicata illusoria, limitante, detentiva può venir vissuta in modo negativo. Come un obbligatorio passaggio, un castigo o una prigione da scontare. Sarà così solo se personalmente si deciderà di leggerla in tale modo. Essa, in verità, è un dono che il Padre ha creato apposta perché noi potessimo provare come stanno effettivamente le cose e unirci a Lui in modo totale e consapevole. Nella Sua infinita benevolenza, Egli non ha permesso che restassimo nell’ignoranza e potessimo così concorrere a Lui, alla Sua vita. Forse ci sono esperienze spirituali che non hanno strettamente necessità di sperimentare questa realtà, noi sì. E per poterci innalzare a un simile livello, Dio ha approntato la realtà materiale. Che è appunto un prodotto della Sua energia e fa conseguire esperienze perfettamente opposte a quelle della nostra vera natura, proprio per poterci rendere conto di quest’ultima.
Ci viene data l’esperienza di questa vita proprio per accorgerci della vera vita. Che non è quella in questo mondo, ma il mondo permette di rendercene conto. Non ci sono limiti nella realtà, come possiamo vedere, e quindi si vive in questo mondo finché non realizziamo Dio. Si potrebbe aver bisogno di così tante esperienze che uno spirito dovrà passare più e più esistenze. Come sappiamo, siamo sempre la stessa unica vita, indipendentemente da quante persone diverse siamo e quanti corpi fisici muoiono e rinascono. Può essere che non se ne può avere una prova certa, ma è plausibile che la nostra soggettività (la personale coscienza che uno è) passi per più vite terrene prima di poter coronare la comprensione della verità. Sappiamo che alcune religioni lo considerano possibile e altre no, a dire il vero non è importante, come già affermato. Perché si tratta sempre di questa realtà e non della vera realtà. Noi non siamo il corpo che utilizziamo, l’esperienza terrena è costituita esclusivamente da dettagli posticci atti a portarci alla Verità. A riportarci alla matrice, alla coscienza universale, al Padre (o meglio alla Madre, visto l’esempio di questo capitolo).
A questo punto, si potrebbe criticare che il contenuto di questo capitolo tenda a esporre maggiormente pensieri orientali piuttosto che dal Vangelo. Tuttavia, bisogna ricordare che Gesù è stato un “messia” prima che un “cristo”. Ovvero, Egli era un orientale, non un occidentale e si commette appunto un errore di interpretazione se ci si ostina a volerLo collocare in un contesto soltanto europeo. Egli, infatti, proviene invece dall’Oriente e, quindi, non deve assolutamente sorprendere se dalle sue parole possiamo imparare quanto ha origine dalle filosofie orientali. Egli le trasmette senza segnalarle perché è da esse che è generata la Sua cultura, le Sue tradizioni, la Sua scuola. Il popolo dove Lui è cresciuto e si è formato non è vissuto in modo isolato finché il Vangelo è giunto sull’altra sponda del Mediterraneo: è sempre esistito, ed è asiatico e africano.
Addirittura, c’è chi sostiene che Gesù abbia fatto dei viaggi in gioventù per formarsi spiritualmente in Oriente, fino in India. Ma non è fondamentale cercarne le prove perché di sicuro Egli ha dentro di Sé i concetti di quelle filosofie anche se non le avesse mai conosciute direttamente. Perché Gli sono giunte in modo trasversale per il fatto che la Sua cultura è conseguenza dell’influenza di popoli come quello babilonese che è progredito assieme a scambi culturali con l’antica India. Proprio come si potrebbero estrapolare principi filosofici occidentali dai miei testi, seppure io non ne ho mai studiati e non ho mai peregrinato nei centri europei più importanti dove tali pensieri si sono sviluppati. È nel DNA della mia cultura, del mio modo di pensare a prescindere dal mio esserne consapevole. Così, allora, che Gesù venga considerato piuttosto come un ideale punto di incontro tra filosofie orientali e occidentali.
Se si vede la collocazione del Medio Oriente, dove sono ambientati i Vangeli, allora possiamo idealmente vedere la parola di Gesù come un perfetto centro e filtro che possa “traslitterare” in modo comprensibile per gli occidentali le filosofie orientali e viceversa.