28/09/22

TU SEI L’ELETTO - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 7

Qui di seguito il settimo capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


TU SEI L’ELETTO


Gesù è il Figlio di Dio ma non è l’unica manifestazione di Dio. Ogni cosa ospitata nella creazione è Sua manifestazione: è Dio. In questa ampia chiave di lettura e non solo per un rapporto dell’uomo con il divino, deve essere spiegato il motivo per cui Dio viene chiamato da Gesù “Padre”. Permette una visione più vasta e forte se si considera che è “padre” non solo per l’uomo, ma per l’universo intero. Proprio come nel mio corpo, ogni elemento, ogni componente è me; di ogni elemento io sono “padre”.
Nonostante ciò, l’esplicazione, che avviene per mezzo delle Sacre Scritture, è rivolta all’essere umano perché parlano dell’alleanza, del collegamento del divino con il materiale. Il motivo per cui Gesù vive la sua esperienza come uomo è infatti per affrontare tale esperienza partendo dallo stesso livello dell’essere umano. Non ci sono scusanti per gli uomini: Egli, poiché implicato nella carne come chiunque altro, ha dovuto affrontare le stesse vicissitudini di tutti noi. Passioni, tentazioni, vizi, caratteristiche ben precise della mente, del corpo e della personalità che possono limitare o influenzare il giudizio e le scelte personali.
Guardando all’Antico Testamento, Gesù vivrebbe cagionevole di commettere peccato e segnato dal peccato originario come chiunque altro. Il Suo lascito è quindi l’aver dimostrato non solo che è possibile uscire da tale struttura, ma anche in che modo.
Nella parte finale del Suo Testamento, Egli ci mostra anche la trascendenza alla stessa esistenza. Non importa quante volte si vive, muore e si rinasce, anche fisicamente: è sempre la stessa vita che avanza. Vivere più esistenze, anche se si muore fisicamente, è paragonabile a quando si confrontano periodi della propria vita che sono talmente diversi, come da adulti si ricorda se stessi bambino, da immaginarli come vissuti da due persone distinte. Questo continuerà fino a che l’individuo si perfezionerà spiritualmente diventando come Cristo. Nel Vangelo di Marco, si legge di un ragazzo dal lenzuolo bianco: è un episodio tra i più misteriosi. Quando Gesù viene arrestato, tutti coloro che erano con Lui si danno alla macchia a eccezione di questa figura vestita solo di un lenzuolo bianco. Difatti, rimanendo l’unico a seguire i soldati che si portano via Gesù, finisce fra le loro grinfie. I soldati lo afferrano ma lui, divincolandosi, si libera e scappa così che gli altri rimangono soltanto con il lenzuolo tra le mani. Nonostante a Gesù con la prevaricazione dell’arresto viene tolta la parola, Egli continua a insegnare: quel ragazzo simboleggia che se anche Gesù viene preso e fermato, continuerà a essere libero. E ovviamente incontaminato da ciò e benevole verso i soldati. Infatti il ragazzo dell’episodio fugge nudo (come se il lenzuolo fosse il suo intero vestito) e i soldati rimangono con un lenzuolo bianco, come se fosse un dono per loro. La lettura più nel profondo è possibile quindi se si sovrappongono Gesù e quel misterioso ragazzo.
A questo punto, delle utili precisazioni si possono scorgere oltre l’incongruente aspetto di scena comica di un ragazzo che corre nudo proprio in una pagina carica di dramma del Vangelo. Sia Gesù che quel ragazzo vengono afferrati dai soldati; inoltre, il ragazzo, se si guarda il testo originario, indossa una “sindòna”, cioè un lenzuolo che serviva per avvolgere le salme. Il doppio di Gesù, forse inventato dall’evangelista perché senza controprova storica, già anticipa che prossimamente Egli sfuggirà dalla presa della morte. E non è ancora finita.
I soldati rimangono con in mano solo il lenzuolo, cioè il vestito, e lo stesso è con Gesù se lo chiudono in una cella: hanno fermato solo il suo vestito, il suo corpo. Il messaggio iniziatico è, in questo caso, che il corpo può essere considerato come un semplice involucro non appena ci si avvia lungo il “giorno della salvezza”. Questo “giorno”, di conseguenza, per facilità di comprensione abbiamo riconosciuto che l’ha vissuto pure Gesù. Per preparare sé, e così facendo l’umanità, all’evoluzione progressiva.
Nel capitolo precedente, abbiamo ricordato che sbaglieremmo a non considerare con importanza il nostro corpo. E lo ripetiamo anche qui che si utilizza addirittura il termine “involucro” per indicare la propria struttura biologica, mentale ed emozionale. Esso, infatti, è preziosissimo in misura della possibilità che ci permette di attraversare questa dimensione. La quale, appunto, è perfettamente approntata a favorire la personale realizzazione. Quando penso al ragazzo dal lenzuolo bianco, penso che la vita non può comunque essere bloccata e fluisce irrefrenabile come fa l’acqua di un fiume.
In quella narrazione, i discepoli fuggono lasciando da solo Gesù. Quel ragazzo è l’unico che rimane e non si sa neppure chi sia. Quel ragazzo, perché non si ritira, si dimostra un maestro rispetto agli altri, eletto a mostrare la via.
Il termine “eletto” viene incluso in tutte le argomentazioni riguardanti la salvezza perché a essa l’eletto è destinato. Se uno è eletto, vuol dire che c’è stata una elezione, quindi Dio lo ha scelto: non è salvo per caso. L’eletto, quindi, nel corso della vita scoprirà la propria perfezione spirituale così da raggiungere la gloria di Dio e ugualmente mostrarne agli altri la via. Questo divenire giusti, secondo il percorso spirituale, è possibile, per chi segue il Vangelo, tramite la pratica. Per i cristiani, infatti, questo è il significato dell’espressione: essere “giustificati” in Cristo. Ma se tale giustificazione e quindi la possibilità di essere un eletto come sopra descritto è ottenibile con la pratica del Vangelo, come può esserci effettivamente una scelta? Se il Padre elegge qualcuno, vuol dire che altri non vengono scelti.
A tal proposito, per secoli all’interno delle Chiese cristiane si è ragionato su quando verrebbe scelto, da parte di Dio, chi salvare. Non si può prevedere chi sarà colui che si dimostrerà nel corso della vita un individuo in linea con Dio, anche perché non si può scrutare chiaramente il volere di Dio. Allora, per lo più, il dibattito è stato facendo riferimento al tempo: i salvi vengono all’occorrenza, a seconda della fede dimostrata o sono predestinati indipendentemente dal loro volere?
Se è Dio che decide a priori chi salvare, vorrebbe dire che l’uomo non ha il libero arbitrio; se è l’uomo a decidere, è Dio che si rivela alla mercé di quanto finiscono per volere le Sue creature. Si potrebbero intavolare le riflessioni appena fatte sul tempo e sull’eternità, e ci si potrebbe confondere leggendo una spiegazione importante da Efesini 1, 4, dove San Paolo descrive sé e gli altri suoi vicini come scelti da Dio “prima della fondazione del mondo”.
In questo punto viene mostrato come si può cadere nell’errore di dimensionamento del rapporto fra l’uomo e il Padre. Ovvero, il credere che il tempo sia fondamentale in tale rapporto come se l’uomo e Dio fossero separati, come si sarebbe potuto affermare nelle credenze in cui si colloca un Dio sopra a un monte o in un altro luogo preciso: noi siamo di qui e Lui è di un altro posto. E non invece leggere che se l’eletto lo è perché scelto prima della fondazione del mondo, allora egli è eletto da sempre e per sempre.
Non c’è nessuna gara per aggiudicarsi la salvezza oppure una lotteria che assegna un’attenzione speciale da parte di Dio, tutti siamo equamente proposti alla salvezza. Tutti siamo formalmente salvi, chiunque può raggiungere la santità, la beatitudine come il perfetto opposto. Sta alla personale condotta nel portare la vita che si sta propriamente muovendo, a garantire le migliori condizioni per favorirne la realizzazione.
Dio non fa alcuna preferenza, e la preoccupazione dell’uomo ad “attrarre” l’attenzione di Dio per aggiudicarsi la salvezza non ha peso. Se non nel rischiare di rendere insinceri e artificiosi i propri comportamenti. I quali fornirebbero solamente uno spreco di tempo ed energie perché possono essere dettati solo laddove ci si sofferma a giudicare cosa è meglio fare o no: anche in questo caso un mero lavoro mentale.
Per quale scopo, ad esempio, Dio elegge Isacco invece che Ismaele? Come sappiamo, l’eletto, Isacco, fu il primo figlio della stirpe di Abramo promessagli da Dio. Anche Ismaele è figlio di Abramo, ma finì per essere letteralmente scartato (destituito, per usare una parola contraria a eletto). I due fratelli erano così piccoli da non poter aver conquistato alcun merito di fronte a Dio, né tantomeno da poter liberamente scegliere se obbedirGli. Furono banali vicende umane che portarono Isacco a esser cresciuto per un avvenire glorioso e Ismaele a venir allontanato nel deserto e così destinato a morte certa.
Questa cronaca deve farci notare che non è possibile giudicare cosa ci porterà a una vita d’elezione e cosa no. Malgrado, in questo caso, addirittura in presenza di un diretto privilegio che il Signore conferisce a Isacco per la sua vita futura. Tant’è che, dopo che in quel drammatico modo Ismaele esce dalla Storia ebraica, misteriosamente ricompare, proprio attraverso quello stesso deserto, nel Corano, come capostipite nobile del popolo arabo.
Nell’irrisolvibile illogicità del Regno, bisogna tutti quanti definirci eletti. O perlomeno eleggibili, benché non ci sia nessuna campagna elettorale da vincere poiché tutti possiamo già condizionare la nostra realtà e quindi la nostra compartecipazione alla vita. È, pertanto, il personale volerci essere, il credere, l’aver fede nel mistero che ci aumenterebbe la partecipazione stessa alla vita, all’universo intero.
L’esempio è quello di un socio che aumenta o diminuisce i propri dividendi a seconda della percentuale di capitale che investe nell’azienda; esempio ancor più calzante rispetto all’immaginarsi un componente al tutto come una inconsapevole cellula per un corpo, come abbiamo suggerito di fare in precedenza. Da qui in avanti si deve iniziare a considerarsi dei concreti promotori di condizionamenti a favore o a sfavore del Regno. Altrimenti, a che scopo venir eletti, prendere posto al “governo”?



27/09/22

LE PIAZZE DELL'IRAN

Raccogliamo tutti l'invito del regista iraniano Asghar Farhadi.

Io lo faccio offrendo questa poesia:


LE PIAZZE DELL'IRAN
Autunno iniziato
ai margini
guardare solo ai pensieri
non visibili o ciechi
la notte il giorno la notte
la notte in buio aperto
conosciuto
e il sole non appare
velato.
Tutto velo
si lascia andare l’udito
che ci porta
terra che si muove sempre
in assestarsi
raggrumare e accatastare
udire la calda
vecchiaia
nel ventre.
Attaccarmi
arresto
piazza
vicine
manifesti
scontati.
Riannodare la treccia.
Urlarti in faccia
ricucirti tutta
tirare dritto senza pazienza
tu nella fronte corrucciata
dell’aria pulita
nel fissarti immobile nella piazza
labbra di polvere.



21/09/22

IL GIORNO DELLA SALVEZZA - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 6

Qui di seguito il sesto capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


IL GIORNO DELLA SALVEZZA


Il giorno della salvezza” è l’espressione che San Paolo usa nei suoi scritti per indicare il periodo utile a prepararci al ritorno di Gesù. È scelto il termine “giorno” ovviamente non per indicare un lasso di tempo di ventiquattr’ore ma, per similitudine, un processo unico. Questo “giorno”, quindi, è quando personalmente ci si prepara alla venuta di Gesù. Malgrado non possa avere per tutti una identica durata, la scelta della parola “giorno” è probabilmente dipesa dal voler suscitare un’immagine come quella del Sole che compie l’intero suo ciclo dall’alba al tramonto. Inoltre, per il Sole l’esistenza non si completa al tramonto, ma si svolge anche successivamente per poi procedere ancora all’alba seguente. E così ulteriormente in cicli maggiori che comprendono vari giorni, mesi, anni e decadi.
Nella medesima impossibilità di indicare il principio e la fine dell’intero esistere del Sole, così è se si guarda a quello dell’essere umano. L’uomo ha questo infinito alle sue spalle come di fronte a sé, e il “giorno della salvezza” è il momento ideale e basilare per il suo progresso, la sua occasione per realizzare Dio.
Di conseguenza, questo “giorno” per ciascuno di noi non è una parentesi delineata da tratti precisi. Ognuno deve attraversare vicende diverse per giungere all’obiettivo e, quindi, con modalità e durata imprevedibili.
Tale esperienza attraversa, allora, tutto quanto si vive, al di là della sua mera comprensione e importanza. E, seppure è la dinamica per accedere a un tangibile progresso e miglioramento personale, essa non è imposta. Infatti, può anche essere ignorata, trascurata o addirittura rimanere sconosciuta. L’essere umano può praticare e vivere quanto indicato nel Vangelo oppure abitare una sequela di vite caratterizzate dalla sofferenza. O meglio: un credere che la sofferenza (e quanto percepito nel materiale) sia l’unica verità.
In quest’ultimo caso, si tratta di un vivere (anche se sarebbe più corretto dire una stasi) soffermato nell’attesa di risvegliarsi a qualcosa di meglio. Per “salvezza”, infatti, bisogna intendere l’accorgersi della vera natura di sé e della realtà. Conoscenza che giunge senza poterla capire, abbiamo visto nel precedente capitolo, ma che facilita, proprio per il suo semplice averne accesso, alla comprensione di tutto. Non sarà più un lavoro mentale, ribadiamo, ma un essere la comprensione di tutto, aderire alla Verità.
Se si guarda alle elucubrazioni fatte poco sopra sul Sole, allora si potrebbe considerare valido che San Paolo avesse invece potuto scrivere “l’anno della salvezza” o un generico “il tempo della salvezza”. Se c’è stata la scelta, poetica ma intelligente, su “giorno” è perché si vuole accostare il significato di “oggi”. La salvezza è da ricercare oggi, nel senso di adesso, non in un momento indefinito o procrastinabile. L’accorgerci in quella frase di un significato legato all’infinito (come l’imperscrutabilità dei movimenti solari) è perché l’uomo è infinito e, senza la conoscenza di Dio, finirebbe per trascorrere il suo tempo nell’immobilità. Un’anima sì immortale, ma immota.
Ciò è indubbiamente collegato all’arrendersi all’evidenza fallace che l’uomo vivrebbe una vita sulla Terra per una volta soltanto. E quindi sarebbe utopistico credere di potersi portare verso cime troppo alte di un percorso di risveglio; seppure si hanno le prove che ciò sia possibile. Un tale scoraggiamento sarebbe connesso, stiamo verificando, a una mancanza di tempo: forse è per questo che studi sulla chiesa antica ci mostrano che alcuni tra i primi cristiani erano invece convinti che si tornasse in vita? Già subito, appena deceduti, non alla fine dei tempi: un perenne ciclo di morte e rinascita. Sicuramente, il problema del tempo non si presenta se teniamo conto del suo non avere sostanza se non nel decadimento del fisico; ma, come abbiamo imparato, l’uomo è oltre il corpo che anima. Può allora l’essere umano intraprendere tale viaggio senza badare all’orologio? Ad esempio, questo viaggio potrebbe essere iniziato addirittura prima della nascita e continuare dopo la morte: se la Verità è infinita, come posso segnare cosa avverrebbe prima e cosa dopo?
Benché in questo corpo ho gli strumenti per fare luce soltanto su quanto percepisco materialmente, posso comunque non essere pienamente devoto a tali condizioni fisiche e limitanti se so, se mi ricordo, che io sono anche oltre questo corpo. Posso serenamente vivere la condizione materiale senza per forza credere che sia la più importante o l’unica.
Come il Sole, l’essere umano vive ciclicamente una incalcolabile sequenza di vite le quali, se vissute senza la convinzione di poter ottenere la salvezza, saranno simili e pervase di sofferenza. Si può non avere alcuna prova che si ritorni in questa terra dopo la morte ricominciando una nuova vita in un altro corpo (come attestano vari credi dall’Oriente), tuttavia, anche se si facessero solo pensieri logici (mentali), si dovrebbe riconoscere che nell’arco della stessa esistenza una persona rinasce parecchie volte. E questo non soltanto da un punto di vista metaforico (ad esempio a causa delle esperienze che segnano e modificano le proprie abitudini o i cambiamenti radicali che un po’ tutti affrontano), anche fisicamente. Infatti, senza sosta le cellule del nostro corpo muoiono e vengono sostituite così che ogni uomo ha, per svariate volte, tutte le proprie cellule rinnovate nel passare degli anni. È stato calcolato che questo totale ricambio avviene mediamente in quattordici anni; pertanto, il tuo corpo non è lo stesso corpo di quattordici anni fa. Si ha la prova che trasmigriamo da un corpo in un altro e senza addirittura che ne diamo rilevanza.
Ciononostante, nel passare dei quattordici anni la vita pure transita e il corpo rimane animato fino a un momento, nella vecchiaia, che questa possibilità verrà a mancare. Eppure, neanche quell’ultimo passaggio può essere definito finale perché il nostro essere infiniti, la nostra anima potremo dire, non ha data di scadenza, ovviamente.
La relazione tra la giustizia di Dio (presentata nel precedente capitolo), la salvezza e il concetto di infinito è motivata proprio dal Vangelo. Difatti, nell’essere pienamente vita trascendendo la morte (e quindi il tempo), Gesù è eterno. Viene messa direttamente nella mano del fedele la prova dell’infinito che è la vita, che è ogni cosa essendo ogni cosa la vita stessa.
Quindi, tu non stai vivendo, secondo il significato comune del termine: tu sei la vita. Che, incidentalmente, in questo momento, sta animando un insieme di elementi (corpo, mente, ecc.) che formano una persona. Avrebbe senso, allora, portarsi a considerare non quella persona che si è, ma ciò che le dà vita. Questo non significa che la persona che siamo non ha importanza, ne ha in misura di quanto ne fruiamo per percepirci divini, ovvero manifestazione di tutto ciò. Occupando un posto nella materialità, ogni essere vivente sperimenta una separazione dal divino. E la materialità è lo strumento più adatto per farci accorgere che in realtà tutto è unità. E così presentarci alla conclusione del “giorno della salvezza” sicuri, con prove alla mano in quanto sperimentatori della divisione nel materiale, che tutto è un’unica cosa (sostanza) con il Padre.
I filosofi e apologeti della Bibbia appunto identificano in Gesù “l’ufficio del sacerdozio eterno”. È sacerdote perché tramite Lui il fedele trova le linee guida per passare al meglio il “giorno della salvezza” ed “eterno” come conseguenza alla Sua risurrezione. Anche oltre i più grandi sacerdoti riportati nelle Sacre Scritture, Gesù non deve, come fanno costoro, immolare vittime su un altare o eseguire speciali riti: è Egli la vittima sull’altare e il Suo corpo ospita il rito. A causa Sua, non servirebbe più occuparsi di redimersi da peccati o offrire animali su un’ara. Ogni essere è salvo, e lo è in modo totale ed eterno.
Come ci stiamo impratichendo a considerare, per infinito non possiamo definire un lasso di tempo preciso: anche in questo contesto, ogni essere è salvo in qualsiasi tempo. Questo assioma, che nella religione si è istituito di chiamare “salvezza”, non deve però essere considerato come promotore di una passività da parte dell’individuo. La salvezza è al pari di un seme che ciascuno ha dentro sé: la modalità per dargli le condizioni per rifiorire è attraverso Gesù, ovvero il Vangelo. Tutti abbiamo la predisposizione per diventare Cristo, a nessuno è preclusa; non ricercarlo comporterebbe un vivere statico e credente della sofferenza come abbiamo fatto cenno più sopra.
Certo, in una vita statica che scantona vari momenti di sofferenza si può lo stesso vivere felicemente e in modo appagante. Però qui noi stiamo avviandoci ad accorgerci della vera natura della vita, della realtà e delle possibilità che si hanno in veste di esseri umani. Anche un meraviglioso pavone rimane meraviglioso e in salute quando è chiuso dentro a una gabbia, ma è quella la sua vera natura?
Per via dell’eternità di Cristo, sono saltati qualsiasi confini immaginabili fra la terra e il cielo. È infatti a causa Sua che l’uomo riceve lo Spirito Santo: vi è un diretto contatto e collegamento con il Signore Supremo.
Quello che dalle Sacre Scritture si intende per il ritorno di Gesù è il momento in cui terminerà questa epoca. I punti di vista sull’escatologia, leggendo il Nuovo Testamento, sono stati tra i più vari, e così è ancora ai giorni nostri. Ciò che è importante tenere conto, visto che non possiamo segnare date su un calendario, è che questo avvenimento accadrà a seguito di un periodo di preparazione. Questo è quello che qui abbiamo ricordato essere chiamato “il giorno della salvezza”, il quale deve per forza essere vissuto da ciascuno di noi. Altrimenti ci si preclude da sé l’accesso alla nuova epoca annunciata: il Regno di Dio. E siccome la preparazione è diversa e di varia durata per ciascuno, potrebbe anche darsi che il ritorno di Cristo non è da intendersi come un avvenimento sociale ma personale, intimo.
Inoltre, ricordando che noi siamo la vita e che quindi viviamo in misura illimitata indipendentemente dalla caducità di un corpo che animiamo, non possiamo impigrirci in esistenze fatte di ignoranza verso la Verità. Perché anche se il ritorno annunciato di Cristo dovesse avvenire fra secoli, dopo la fine del nostro corpo fisico, tutti noi saremo presenti comunque. Proprio per via del nostro essere infiniti, se no non ci sarebbe stato dato il seme in noi che ci permette di diventare come Cristo.



14/09/22

CON LA MENTE SI SVELA IL MONDO, NON LA FELICITA’ - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 5

Qui di seguito il quinto capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


CON LA MENTE SI SVELA IL MONDO, NON LA FELICITA’


Non è così immediato da cogliere il collegamento fra l’accettare quanto si vive e conseguire come risultato la felicità. Il non vederne una chiara comprensione non è frutto di una difficoltà ad affrontare certi temi troppo complessi o di una mancanza di fede. Il motivo è che il ragionamento alla base è fondamentalmente illogico.
Abbiamo sottolineato che il cercare di capire è un lavoro mentale, e la mente non è predisposta a raggiungere la profondità che sta dietro a riflessioni che non siano concrete, logiche e provabili. L’affermazione suddetta, che assicura che tutto ci viene proposto per il nostro meglio, non può che essere screditata al minimo ragionamento della mente. Come poter vedere sempre il bicchiere mezzo pieno di fronte a tutto quello che succede? Questa è la dinamica che istituisce una incapacità ad abituarsi al benessere.
Quando si ha a che fare con la mente, si ha a che fare con il mondo. Essa ci permette di comprendere, interpretare e creare all’interno delle leggi di questa realtà. Non vi si può confidare, pertanto, per intercettare quanto riguarda l’al di là del mondo. E per questo, non è che l’uomo ha un limite, una incapacità congenita a innalzarsi oltre la realtà materiale. Tutt’altro: egli ha, attraverso la sua persona (corpo, sentimenti e la propria mente), lo strumento più adeguato per rifiorire in questa realtà; e nel mondo vivere l’esperienza più proficua.
Per ciò ripetiamo che è necessario fare attenzione a usare ogni componente della nostra esistenza (e del nostro corpo) allo scopo che gli è preposto. Sarebbe un errore cercare di capire l’infinito con lo strumento finito che è la nostra mente. La mente è logica, è costruita in modo perfetto per la logica: per mezzo di essa l’uomo ha creato tutto quello che ha progettato e riuscirà, sempre grazie alla mente, a trovare le soluzioni ai problemi che oggi paiono ancora irrisolvibili. Tuttavia, essa non è fatta per capire il Regno e il più profondo “perché” delle esperienze che la vita offre da vivere. Non è quello, “l’organo” preposto per intercettare l’infinito, anche se è attraverso a intuizioni, percepibili sotto forma di pensieri, che si può assaporarlo.
Nella Bibbia, leggiamo con frequenza che Dio è giusto, eppure riscontriamo in vari episodi quanto le Sue decisioni possano essere giudicate tutt’altro che giuste. Pure negli insegnamenti di Gesù, si narra del Padre che premia tutti allo stesso modo, indipendentemente dal loro merito oggettivo. Si ricorda, ad esempio, la parabola che racconta della festa improvvisata al figlio quando fa ritorno alla casa paterna benché l’avesse lasciata e avesse dissipato il proprio patrimonio oppure quella in cui vari lavoratori vengono compensati allo stesso modo indipendentemente da quante ore abbiano effettivamente lavorato. Come può la mente trovare logico, sensato un comportamento simile? Per la mente, per il senso comune, quindi, non sarebbe ragionevole, proprio come non lo sarebbero reazioni simili se viste nella nostra quotidianità.
Ad esempio, non accetteremmo che chi commette un crimine non venisse condannato dal tribunale, che il collega appena assunto ricevesse uno stipendio alla pari di chi ha già decenni di lavoro alle spalle, che alla laurea riceva la lode sia chi ha studiato senza sosta e anche chi non ha mai aperto un libro. La mente, infatti, è lo strumento per poter dare vita e significato a simili sfumature; così che vengano create le leggi per il progresso della società e delle adeguate pene a chi le infrange, un sistema di avanzamento retributivo per i lavoratori o per chi investe in una carriera accademica e così via.
La totale assenza da parte del Dio del Vangelo di preferenze e di parametri per conferire meriti o demeriti è l’immagine più vivida che abbiamo per scorgere il Regno. In qualsiasi modo una persona è, e qualsiasi sia la sua condotta, il giudizio e l’atteggiamento di Dio non mutano. È così che, di fronte a una simile coerente illogicità, non ci si può intestardire di poterla capire con la mente. Bisogna, semmai, lasciare che una simile constatazione agisca in noi e ci sensibilizzi a una consapevolezza cui altrimenti non avremo accesso se ci soffermassimo a discuterne la mancanza di logica.
Come cogliere, con la mente, l’amore che non fa preferenze, che non impone condizioni? L’amore che non ci chiede di essere diversi, di cambiare per poter essere amati; che non si aspetta alcunché in cambio? L’amore che, anche se non è comprensibile ma grazie al mero contemplarlo, per via di queste caratteristiche “illogiche”, può traghettare verso uno sbocciare sereno all’immensità.
E non è che per questo la mente è sbagliata o negativa oppure un limite o una prigione per le nostre anime. Non c’è nulla di negativo in tutto questo, essa è perfetta e ideale; perlomeno in quello a cui è destinata: anche la mente fa parte della vita. Giudicheremmo cattivo o errato il nostro braccio se non ci permettesse di saltare oppure la nostra gamba se non ci permettesse di stringere la mano di chi ci vuole salutare? No, staremmo noi, magari anche solo casualmente, sbagliando a valutare cosa è permesso fare con il braccio o con la gamba. Allo stesso modo, lasciamo che la mente faccia quello che sa fare: ragionare in misura delle regole di questo mondo. Ragionamenti che saranno ineccepibili in questa realtà, ma inappropriati nel Regno. Proprio come la logica del Regno di Dio si dimostra incongruente quando confrontata con quella del mondo.
Essere liberi dal capire vuol dire anche questo. Cercare di capire attraverso il metro della mente costringe la fede a soffermarsi all’interno dei confini dei ragionamenti logici. Tali confini, che possono anche essere più o meno vasti oppure modificabili, sono comunque limitati e quindi nell’impossibilità di accompagnare la persona all’infinito. Sarebbe una fede che si piega a una “religione” del finito, del concreto, del materiale, del corpo.
Più volte abbiamo esposto di quanto l’infinito è già in noi, il Dio che tanto si cerca è in realtà già dentro di noi e noi siamo compartecipi a Lui di tutto l’universo: se si rimane inconsapevoli di ciò, della nostra vera natura, si rimane anche ancorati alla convinzione che tutto quello che ci capita non è per il nostro meglio, ma anche per crearci problemi (il bicchiere può venir visto mezzo vuoto).
I limiti della mente, del proprio corpo e del proprio sentire, possono essere vissuti come fonte di sofferenza a seguito di un perenne esame su come siamo e cosa si compie nella vita, oppure, invece, possono essere la zavorra che ci fa accorgere di quanto molto di più siamo ciascuno di noi. Nel nostro essere infiniti, possiamo anche essere provvisoriamente mortali per poterci accorgere del nostro essere immortali, infiniti.
Essere liberi dal capire non significa vivere nell’ignoranza o nella stupidità. Ma l’opposto: permetterci di vivere accorgendoci dell’oltre che c’è rispetto a quanto si potrebbe capire con la mente e, contemplandolo, condurci verso il pieno della vita. Da intendere questa come tutto, perché tutto è vita; quindi anche l’intera conoscenza, la Verità. È sicuramente un alleggerimento il non dover più cercare il comprensibile in ogni cosa quando si vive una vita nella veste di esseri mortali e limitati. Lasciarsi condurre da quanto le intuizioni possono suggerire potrà apparire addirittura come una facilitazione.
Tale leggerezza, sollievo, è quello che viene riconosciuto nelle Scritture come il “riposo” in Dio. Che ci rendiamo conto che non deve essere assolutamente considerato come una passività per lasciar fare tutto a qualcosa di esterno (in questo paradigma, a Dio). Ma, e sempre rimanendo nelle argomentazioni partite analizzando la mente, lasciare che il mondo abbia le sue regole (decise dagli uomini come le leggi o oggettive come quelle della fisica) e semplicemente accettarle. Lasciare che vengano proposti condizionamenti su come vivere e come condurre le proprie scelte e affrontarli senza farci la guerra; lasciare che la paura venga imposta per favorire un certo tipo di governo e lasciare che anche questa ci passi accanto senza sfiorarci. Il vivere nel Regno è semplicemente un essere presente sia qui che al di là; un avere fede a un’altra logica. E quando si accetterà (riprendendo un esempio fatto poco sopra) che il braccio faccia quello che deve fare il braccio, la gamba quello che sa fare la gamba e la mente quello che fa la mente, allora, spontaneamente, ci sarà l’accettazione di questa logica (illogica per il mondo) del Regno. Questo corrisponde ad accettare allora l’amore senza condizioni e preferenze di Dio, e lo si vivrà.
Ancora di più, a questo punto, si può constatare che proprio grazie a come l’essere umano è costituito, anche, allora, tramite i suoi limiti fisici e mentali, che esso gode della migliore predisposizione per afferrare la natura del Regno, la conoscenza dell’infinito, del Padre. Un afferrare che avviene senza pensarci, misteriosamente, pertanto, senza il dubbio timoroso di poterlo meritare oppure no.
Finché si è impegnati a cercare di capire, si vive spendendo una moltitudine di energie che vengono tolte alle proprie vere mansioni. Ci si stanca, ci si svuota, proprio perché non si distoglie mai il pensiero, non ci si riposa (il riposo in Dio). Se si cerca tale riposo, si troveranno proposte per la propria vita e insegnamenti su di essa e sull’universo che nessuno ti potrà mai indicare o insegnare perché non sono comprensibili dalla mente. Finché si cerca un maestro o un libro che ci spieghi la verità o ci indichi verso dove dirigere la nostra vita, non potremo mai avere risposte. Affidiamoci all’illogicità, all’assurdo come chiave per la libertà che, imprevedibilmente, ci fornirà tutto quello di cui andiamo in cerca.



07/09/22

IL GIUSTO RUOLO PER OGNI COSA, ANCHE IN NOI - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 4

Qui di seguito il quarto capitolo del nuovo libro che ho scritto IL GIORNO DELLA SALVEZZA che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


IL GIUSTO RUOLO PER OGNI COSA, ANCHE IN NOI



Nel capitolo precedente, abbiamo evidenziato alcuni caratteri predominanti della società in cui viviamo. In modo sintetico perché tutti conosciamo la “società dell’apparenza” e ne facciamo parte, anche se ne ignorassimo la sua costruzione. Lo stesso critico che la voglia spiegare in modo più approfondito dovrà usare le sue stesse leggi (che invece vorrebbe biasimare) per poter ricevere attenzione da parte del pubblico e far circolare (e commercializzare) le proprie idee.
Il Regno di Dio non segue queste regole e dobbiamo tenerne conto come parametro effettivo e concreto per riconoscerlo e per come esserne dei suoi veri abitanti. E non farne solo oggetto di discorsi moraleggianti che non hanno utilità. Il Regno di Dio non è un altro luogo, ma un altro modo di essere coscienti della vita, della realtà.
Ci si accorgerà di essere abitanti del Regno quando non si cercherà di essere in un modo piuttosto che in un altro. Il giudizio, quindi, sarà assente anche verso di sé, non solo verso l’esterno. Potrà capitare di sconfortarsi o rimanere delusi nel vedersi diversi rispetto ai propri desideri, ma sarà per un attimo, un momento passeggero: non dimentichi, infatti, di essere sempre degli uomini con delle caratteristiche che potrebbero sembrare inadeguate o limitanti. Rendersi conto di ciò e accettarlo non è uno svantaggio maggiore di vivere, invece, nella lusinga di poter fare e ottenere qualsiasi cosa che passi per la mente.
Quanto personalmente non si riesce a fare o ottenere, allora, è solamente un elemento caratterizzante della persona che siamo. Agli inizi, si potrebbe anche sforzare l’immaginazione e ripetersi che non siamo noi ad avere dei limiti, ma la persona (il corpo, la mente, la sensibilità) che rivestiamo nell’attuale esperienza materiale. Più in profondità, l’assioma prende la forma di un considerare che solo attraverso quello che si è, anche con limiti e problematiche che altrimenti si giudicherebbero fastidiosi, si è nella condizione di accedere all’esperienza in questa vita tagliata apposta per noi. Quindi, è permettendo senza contenimento quello che si è, ospitando nella propria esistenza le difficoltà che in modo temporaneo o conclamato mi capitano, che mi succederanno i vari capitoli necessari da vivere per esaudire, realizzare, far sbocciare il me stesso, il vero me per cui sono su questa terra. E questo non è detto che debba per forza essere qualcosa di alto, eclatante, sorprendente o a me comprensibile: il compito di ogni essere in vita è di far fluire la vita attraverso la propria.
Si scoprirà meglio nel corso della lettura cosa si intende con questo lasciar passare la vita attraverso di noi. Per ora, come passaggio indispensabile, si deve cogliere com’è l’esistenza nel Regno.
Passo importante è l’accorgersi, di conseguenza, che i problemi non sono veri problemi, se non nella durata e gravità necessaria per noi in quel momento in cui stiamo affrontandoli. Un’esperienza, pertanto, utile da attraversare non per l’importanza della sofferenza, ma per quello che saremo a seguito di quella sofferenza. Nuovamente, si ribadisce quanto centrale è il tener sempre presente che anche una vicenda dolorosa deve essere lasciata andare.
Questo non vuol dire che ci verranno risparmiati eventi drammatici, dolorosi, spiacevoli, ma non verranno affrontati come schiaccianti. Anche un problema, proprio come un evento positivo o uno che ci lascia indifferenti, avviene per me: nulla di realmente sbagliato potrà mai accadere. L’abitante del Regno lo sa, ovviamente desidera che qualsiasi brutto episodio si mantenga lontano, ma se dovesse capitare, egli è conscio che è comunque avvenuto per lui (a favore della vita), mai contro. Al di là di quanto potrebbe giudicare, intuisce che è una proposta per lui da parte di qualcosa di più grande.
Sappiamo che tali argomenti sono già stati descritti in maniera approfondita nel precedente libro, eppure siamo certi che, seppure possono essere colti dalla mente, possono non arrivare a condizionare la nostra quotidianità. Obiettivo che ci prefiggiamo, visto che qui trattiamo di una pratica concreta.
Più precisamente, al di là della comprensione dei concetti, qualcuno potrebbe non notare un alleggerimento dalle preoccupazioni. Addirittura un conservare un senso sottile di sofferenza, pari a un sottofondo, come se fungesse da cautela o difesa verso l’incognita di quanto potrebbe capitare nella vita. Sofferenza che, pertanto, si percepisce anche nei momenti di rilassatezza o di piacere.
Questo è causato proprio dal considerare tutto ciò, per prima cosa, come dei concetti da capire. Quindi tramite la mente, la quale ha come parametro inconciliabile con il Regno il suo non essere infinita. L’abitante del Regno intuisce che quanto vive, che la vita stessa che anima è preparatagli da qualcosa di infinitamente più grande di lui: come potrebbe la mente darne una giusta interpretazione?
Qui non si vuole sminuire la mente o denigrare la razionalità, ogni cosa deve avere la giusta misura e, così, mansione. La mente è uno strumento meraviglioso, non possiamo smettere di celebrarla perché è grazie a essa che siamo giunti fino a qui. Ma la mente ci è utile proprio nella sua funzione di sondare e interpretare nel mondo concreto e finito in cui siamo. Essa è infatti una dotazione del nostro corpo, non dobbiamo confonderla con la coscienza.
Allora, sarebbe un uso scorretto del proprio corpo il voler afferrare un oggetto guardandolo, o guardarlo tenendo gli occhi chiusi. Così, non si può captare con la mente qualcosa di infinito come Dio o come la nostra vita che presenta un imprevedibile susseguirsi di eventi positivi, negativi e inspiegabili.
Allo stesso modo, con gli strumenti che ci permettono di captare la Verità, non si può argomentare quanto non è infinito. La sofferenza e la paura che genera la sofferenza, difatti, hanno un peso solo all’interno della mente, per mezzo dei pensieri perché sofferenza e paura sono elementi finiti. Esistono solo nella sfera mentale e in tutto ciò che ruota attorno a quei pensieri. Tuttavia, esiste un’altra area che è infinita e nella quale, conseguentemente, i pensieri non possono accedere.
Così, cercare di capire (e quindi giudicare) quanto ci capita nella vita si rivela un mero rimpastare pensieri mossi da una paura di soffrire. L’arrendersi a qualcosa di infinitamente più grande di noi, significa allora un arrendersi a questa impossibilità di comprendere con la mente. Ovvero, accedere a quell’area che è oltre la mente, infinita, nella quale non c’è più bisogno di capire ogni cosa perché tutto è la Verità, tutto è già la risposta. Liberi, pertanto, non solo dai problemi, ma anche dal dover capire a tutti i costi.
Nella modalità di vita che raccontiamo, che per comodità nel cogliere il collegamento con quanto troviamo nel Vangelo abbiamo chiamato “Regno di Dio”, l’uomo sarà sempre più libero dal volere (che spesso è avvertito anche come dovere) capire ogni cosa. Ciò sottende proprio che quello che una persona vive non è forse indirizzato a lui come “persona” ma a qualcosa di più profondo. Così, a livello personale, si può rimanere influenzati da un evento spiacevole (possiamo addirittura portare l’esempio di un incidente che compromette l’individuo fisicamente) ma quell’evento non verrebbe proposto per lui, ma a qualcosa che gli è più profondo.
Come un’opera d’arte che in una mostra ci attira senza che ci rendiamo conto del perché, e forse accade non perché sta comunicando con noi ma con qualcosa che possa essere raggiungibile attraverso di noi. La nostra essenza, invece che la nostra mente; e, per riflesso, all’infinito che noi siamo al di là del corpo finito.
Se quanto esterno a noi si connette alla nostra parte più “profonda” e infinita è perché anch’esso è infinito. Il visitatore di un museo, infatti, che è addirittura pronto a mettersi in fila per visitare la sala con un’opera d’arte, ne è da essa particolarmente attratto per via di tale connessione. L’infinito si riflette nell’infinito, e allora si svela con maggior intensità quanto tutto è un’unica cosa. In altre parole, noi siamo lo specchio di quanto viviamo, in ciò in cui incappiamo e finanche nell’opera d’arte che visitiamo.
Da queste constatazioni, inoltre, ci verrà spontaneo accorgerci, nel corso dei prossimi capitoli, che l’essere umano concorre alla vita intera come qualsiasi altro ente presente nella creazione. Non gode di alcuna posizione privilegiata, se non in misura della personale ricezione della conoscenza e quindi modalità di predisposizione alla Vita, all’Uno. L’uomo ne trae maggior vantaggio, o, se vogliamo esseri corretti, maggior vita, nello sfruttarne le regole a seguito della loro comprensione, ma solo in misura immediata e limitata; egli si realizza appieno non appena smette di occuparsene e si arrende. Tanto che si potrebbe filosofare che egli ottiene beneficio dalla vita quando smette di occuparsene e semplicemente vive. Egli, infatti, non è il primo beneficiario ma lo è proprio quel qualcosa di immensamente più grande di lui che può, attraverso di lui, manifestarsi e rivelarsi.



















02/09/22

Tu sei reale o sei un’idea? Si è liberi se si è condizionati?

 


In questo video si ripercorrono i punti salienti del libro VANGELO PRATICO, considerando la vita come una irrefrenabile evoluzione alla quale prendere parte… oppure rimanere a guardarla. Viviamo esistenze spesso noiose e ripetitive, dov’è l’avventura, l’imprevedibilità? Direi che è a questa che è destinato l’essere umano se osserviamo la sua storia… e la sua evoluzione.
Gli argomenti accennati possono essere presi come spunto per inoltrarci nella visione del libro VANGELO PRATICO senza soffermarsi troppo ad approfondire, un riassunto dei punti salienti per accompagnare alla lettura della continuazione del libro. Questa si intitolerà IL GIORNO DELLA SALVEZZA e sta venendo a tratti pubblicato nel sito vangelopratico.com - in attesa di una eventuale edizione cartacea…
In questo video, inoltre, si preciserà ulteriormente cosa si intende per creatività e perché, di conseguenza, è un artista a parlare di questi argomenti. Non un percorso per imparare come capire la realtà, ma come metterla in dubbio.

31/08/22

CONSUMISMO E SPIRITUALITA’ SI EQUIVALGONO - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 3

Qui di seguito il terzo capitolo del nuovo libro che ho scritto IL GIORNO DELLA SALVEZZA che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


CONSUMISMO E SPIRITUALITA’ SI EQUIVALGONO



Non bisogna dimenticare che fino al cosiddetto “boom economico” di qualche decennio fa, e genericamente in un po’ tutti i paesi contraddistinti da un periodo di distribuzione della ricchezza, la maggioranza della popolazione viveva una vita gravata da maggiori ristrettezze. L’aumento di disponibilità finanziaria delle famiglie, conseguente alla crescita del prodotto interno lordo, ha creato palesemente un cambio anche all’interno del rapporto tra le persone e dell’individuo con se stesso. Questa globale trasformazione dovrebbe venir considerata anche a livello spirituale e pertanto anche da un punto di vista filosofico e di crescita personale. Nel corso degli ultimi decenni, abbiamo assistito con coinvolgimento a delle modifiche sostanziali sulla religione direttamente dalla Chiesa Cattolica proprio al fine di avvicinare la dottrina alla maturità di una società che non sarebbe più stata quella di prima.
Tuttavia, ci si accorge anche che tali cambiamenti sono avvenuti innanzitutto nella forma in cui la religione prende corpo. Abbiamo già notato, nel corso del libro precedente, Vangelo Pratico, quanto determinano l’animazione di una fede religiosa, i suoi aspetti secondari. Sia nel positivo che nel negativo, ovvero per favorire un accostamento alla Rivelazione senza l’uso centrale della razionalità, come ad esempio con le immagini e i riti, oppure in uno sviamento quando essi vengono fraintesi come principali. Anzi, il motivo che ci ha spinti a scrivere questi libri è stato il provenire da un contesto religioso che considera prevalentemente che il fedele si comporti in determinati modi, piuttosto che assicurarsi che tale costume lo porterà poi per davvero al Vangelo. Il quale tende a quanto sia importante che ogni persona segua un percorso di conoscenza e apertura verso qualcosa di immensamente più grande di noi, piuttosto che soltanto aderire a una Chiesa invece che a un’altra.
Far parte di una Chiesa, desiderare di partecipare ai suoi sacramenti, voler far sapere a tutti che se ne ha ricevuto il battesimo sono tutte tappe fondamentali nella vita del fedele. Qui si vuole portare all’attenzione che se queste non vengono poi arricchite di una ricerca di consapevolezza, possono finire per essere solo degli atti vuoti. Infatti, non è obiettivo di questa analisi il criticare una appartenenza religiosa o le istituzioni in generale. Semmai, il mettere in luce quanto tale rapportarsi formale con la religione e il suo proporlo da parte della Chiesa siano una diretta conseguenza di come la società si stava trasformando, proprio a seguito dei cambiamenti interni accennati all’inizio del capitolo.
Così, un certo tipo di benessere, ma anche gli sforzi che si compiono da parte di chi non vi ha accesso e lo desidera, hanno portato l’individuo a concentrarsi sull’esteriore trascurando l’interiore. Si vive in una realtà materiale e quindi attraverso il materialismo ci si può esprimere. Ma da almeno sessant’anni, la ricerca di beni di buona parte della popolazione ha travalicato il semplice bisogno di sussistenza. Si è riscontrato un progressivo focalizzarsi su come si percepisce e si appare esternamente invece che nel proprio interno: la cosiddetta società dell’apparenza.
Tale radicalizzazione ha comportato da una parte a destinare una fiducia verso la razionalità e la scienza che prima era riservata solo al campo della spiritualità, e dall’altra parte a ricercare nell’accumulare e consumare beni le risposte a domande esistenziali. Come abbiamo visto nel volume precedente, paradossalmente la scienza può traghettare colui che si fa delle domande a un’approccio più spirituale della realtà grazie alla capacità di spiegare fenomeni che altrimenti sarebbero incomprensibili. Mentre l’abitudine dell’acquistare merci svela che vi è celato un intento più profondo, legato all’idea (apparente appunto) che tramite il consumismo si possa accedere alla felicità e alla realizzazione personale. Tutti traguardi ottenibili con una pratica che deve coinvolgere la propria interiorità, invece. Questo, allora, ci fa accorgere che anche se non se ne rende conto, l’uomo è sempre e comunque lanciato verso l’astratto come se sapesse che là non può trovare confini e così andare al nocciolo di tutto quello che in realtà va in cerca. La possibilità di possedere beni induce a desiderarli e così chi abita nella “società dell’apparire” viene abituato a confondere come appagamento quanto percepirà al momento del vero e proprio possesso di quel dato bene. Per esperienza diretta, sappiamo che non è così perché soddisfatto un desiderio, si passerà a volere qualcos’altro. Eppure, si continua a utilizzare questa prassi in quanto, a prima vista, è l’unica efficace a disposizione; ma anche perché è direttamente connessa a quanto si punta spiritualmente, abbiamo constatato. Ovvero la felicità, la liberazione dalla sofferenza e la realizzazione.
Tanto che è doveroso riconoscere che la pratica dell’accumulare e consumare beni è magica. I beni che vengono desiderati e poi comprati non sono in verità un semplice oggetto, ma un simbolo. Il procurarcelo, si è convinti che faciliterà una soddisfazione emozionale, la quale è manifestazione di un desiderio di soddisfazione ancor più assoluto: spirituale.
E il lasciarsi convincere che attraverso il possesso di una cosa si possa ottenere altro che sia svincolato dal mero utilizzo di quel bene e che possa arricchire interiormente, vuol dire riconoscere nelle cose un potere taumaturgico per cui ha senso considerare la pratica del consumismo e dell’apparire come vera e proprio religione. Seppure i suoi praticanti si soffermano solo ad analisi superficiali ed esteriori sulle cose e sui propri comportamenti, il voler accumulare e consumare è paragonabile a una fede. Colui che brama il possedere e indirizza i propri sforzi e risparmi per permettersi un dato oggetto, sta mettendo in scena una devozione proprio a causa della convinzione (anche inconscia) che attraverso l’ottenimento di quell’oggetto otterrà anche un beneficio interiore. Questa pratica, questo impegno è allora una sorta di rito magico dato che l’oggetto da acquistare dovrà poi “operare” al di là della sua funzione materiale.
La persona che accumula tanto e partecipa attivamente al consumismo e al materialismo, cela in realtà una personalità incline alla spiritualità e alla volontà di ricerca interiore. È il rimanere sedotti da questo sistema consumistico che svela quanto l’uomo sia in qualsiasi condizione tendente spontaneamente all’assoluto, all’invisibile, al divino. Ed è anche un’ulteriore prova che fa riconoscere le nuove generazioni sempre più predisposte a un percorso di auto-realizzazione.
Forse ciò è a conoscenza di quanti hanno creato le trame della relazione tra l’individuo e il commercio così da incentivare i consumi. Ma quello che a noi interessa, è accorgerci della vera natura dell’uomo e della realtà: egli pellegrina di fronte alle vetrine dei negozi a espressione dei propri desideri, come il fedele fa con la preghiera; compie una serie di azioni finalizzate a ottenere quello che desidera, come andare a lavorare, risparmiare, convincersi dell’utilità di quell’oggetto; prende parte all’acquisto (come un rito).
Così, appare evidente, se facessimo una comparazione, quanto una persona che pratica una religione la possa praticare come se fosse invece un consumatore e quanto un amante dello shopping possa accumulare cose comportandosi sottilmente come se fosse il fedele di una religione. Il punto in comune fra i due soggetti è il vivere che un gesto, una credenza, un oggetto possano apportare un beneficio nella propria vita. Il quale, però, è solo un’idea: entrambi sono fedeli non a ciò che sta dietro a quella fede religiosa o a quel bene acquistato, ma all’idea che hanno su quella fede e quell’oggetto. E, ulteriormente, l’idea su quanto questi apporteranno nella loro vita. Ovvero, in entrambi i casi ci sono dei desideri personali da voler soddisfare, e sia questi che il metodo da seguire per soddisfarli sono convincimenti personali. Cioè idee.
Nella pratica del Vangelo, sono proprio le idee dalle quali bisogna alleggerirsi. Le idee sono quanto si desidera, si crede di essere, si è in diritto o in dovere di fare a seconda di come si appare. I pensieri, come in vari modi attestato nel precedente libro, sono quanto va a influenzare e creare la persona, la realtà in cui vive, gli eventi che gli capitano e gli incontri con gli altri. Il motivo per cui bisogna alleggerirsene è che l’uomo non è costituito dai suoi pensieri, le sue idee, ma a seconda di come è lui, la sua mente concepirà (o attrarrà) determinati pensieri piuttosto che altri.
La mente che formula i pensieri non sarebbe più un organo che stiamo usando, ma diventa noi stessi se ci convinciamo di essere i nostri pensieri. Indipendentemente dalla grandezza e dall’altezza che i propri pensieri possono raggiungere, essi sono comunque il prodotto di una parte del nostro corpo. Essi vengono elaborati attraverso un sistema meraviglioso formato da tutto quello che conosciamo e ricordiamo. Non credere che noi siamo solo quello, ma arrenderci a qualcosa di immensamente più grande di tutto ciò e che attraverso di noi può manifestarsi, apre questo sistema a una rete estremamente più vasta, che va oltre la nostra mente. La quale, tra le varie cose, diventerà anche ricettacolo di pensieri più grandi. I quali forniranno le risposte di cui si ha bisogno e che spesso crediamo di ottenere nell’acquisto di beni o nel vuoto seguire di un cammino spirituale.



28/08/22

La bella bestemmia

L’abitudine di bestemmiare (o comunque di lagnarsi e prendersela con qualcun altro / qualcos’altro) rivela quanto ogni cosa che capita venga evidentemente letta come un problema irrisolvibile. Solo chi è convinto di non poter determinare la propria vita, infatti, si dispera in questo modo (e bestemmia). 

Dare per scontato che non si è liberi ma si può solo subire quel che succede… Mentre, diventare protagonista della propria vita, invece che spettatore, permette piuttosto di leggere che nulla, pure un problema, sia veramente un qualcosa di schiacciante. Questo avverrebbe poiché si acquisisce una libertà dal dover per forza giudicare alla mercé degli eventi gli altri e sé stessi…; non che questo non farà vivere problemi o sofferenza, ma verranno percepiti con una diversa gravità.




24/08/22

IL VERO FEDELE NON SI ASTIENE DA NULLA - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 2

Qui di seguito il secondo capitolo del nuovo libro che ho scritto IL GIORNO DELLA SALVEZZA che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


IL VERO FEDELE NON SI ASTIENE DA NULLA


A seguito del capitolo precedente, l’immagine del fedele deve nettamente apparire distinta da quella stereotipata. Di solito, il fedele viene idealizzato come una persona morigerata, sobria e specialmente rinunciataria. Invece, a questo punto, in che cosa vediamo che egli si limita e a cosa rinuncerebbe? A se stesso, a porre se stesso come il pianificatore primo della propria esistenza.
Così, da fuori, il fedele avrà l’aspetto di colui che non mette al centro della propria esistenza un percorso lavorativo, la soddisfazione di un dato piacere, il raggiungimento di prestabiliti obiettivi o lo sforzo di possedere determinate cose. E questo non è conseguenza di un’assenza di passione o azione, ma assenza di un mettere per prima la propria volontà (il proprio ego).
Come spiegato, egli, in realtà, non darebbe priorità a una cosa precisa a causa del considerare tutto divino e pertanto del medesimo valore. Quindi, quello a cui rinuncia è più esattamente il ricercare una cosa sola. Il fedele, paradossalmente, è pronto ad accettare qualsiasi direzione per la propria vita e, pertanto, non sarebbe incline a rinunziare ad alcunché. Seppure in misura del discernimento e delle proprie intuizioni, come dimostrato nel volume precedente, Vangelo Pratico.
Un altro paradosso, un altro fraintendimento, allora: è, semmai, chi non è fedele, chi non pratica il Vangelo a esperimentare una vita di rinunce in quanto, sentendosi in dovere di focalizzare i propri sforzi verso traguardi delineati e, spesso, rigidi, finisce per non godere dell’eventuale restante che potrebbe trarre dalla vita.
Come cristiano, verrebbe spontaneo, quasi senza rifletterci, il prendere decisioni che si rivelano in linea con la filosofia di amore e pace seguita. Tutto ciò che è divergente da essa, risulta infine come invisibile: non viene naturale considerarlo. Questo, allora, non è un rinunciare poiché si tende con naturalezza solo verso alcune cose e mai verso altre; proprio perché trattasi del proprio stato naturale. E in questa dinamica, non si sta perdendo nulla perché la propensione del fedele porta personalmente ad approfondire e scoprire varianti e proposte della realtà che neppure si sapeva che esistessero. Un po’ come quando una persona che è vegetariana accede a un universo di sapori e pietanze che non conosceva fino allora; mentre chi non lo è, spesso teme che se si privasse della carne si dimezzerebbe soltanto il proprio menù e la varietà di quello che può gustare.
Ritornando al discorso più astratto, il fedele arrendendosi a qualcosa di più grande di lui (in luogo del prendersi la responsabilità per ogni esito che otterrà nella vita) smette di fare rinunce. Egli si abituerà allora a una libertà che gli permette di non perdere nessuna esperienza appagante per sé. Il fedele è una persona che abbraccia tutto, e più si abitua all’amore e più abbraccerà. Nel senso che maggiore è la sua disposizione ad accogliere, maggiore sarà l’andargli incontro della vita stessa e dei suoi doni.
Se io mi sforzassi in tutti i modi di ottenere qualcosa che desidero, come il possedere una certa automobile, potrei alla fine arrivare effettivamente a potermela permettere e acquistare. Invece, se io mi concentrassi solo su desiderare di accogliere quanto mi arriva dalla vita, benché seriamente appassionato di auto o nel vero bisogno di dovermene procurare una, forse potrei non raggiungere l’auto che sto sognando, ma vivere varie esperienze che saranno l’ideale tassello per il mio procedere progressivo in questa vita.
Infatti, pure quello che sogno è, in realtà, soltanto un’idea (vedi capitolo 1). Anch’essa formulabile solo attraverso quello che conosco: non posso desiderare qualcosa che non conosco. Forse, allora, non sono io a sognare quella data cosa, ma è la mia mente a farlo (ovvero l’insieme di quanto conosco e ho fatto esperienza). E cercare di concretizzare quel sogno sarebbe come fare quanto dice qualcun altro: la mia mente. Invece, controllare la propria volontà per lasciare che altro possa agire in essa, non è parimenti un annichilirsi, un dipendere. Questo si spiega perché se una persona è certa che ogni cosa è Dio, di conseguenza considera anche se stessa come Dio.
Ovviamente, non si intende che ogni ente nell’universo, ogni uomo della Terra è un dio. Sarebbe alla stregua di catalogare ogni goccia dell’oceano come l’oceano. Semmai, ogni entità è parte (nella sua sostanza) e partecipatrice (nella sua coscienza) a quel tutto che, fino ad adesso, abbiamo deciso di chiamare Dio. Allora, un fedele, un praticante del Vangelo, non è alla mercé di una volontà superiore ma un perfetto componente, una sua manifestazione in questa realtà. Nella Bibbia, si descrive l’uomo come immagine di Dio: l’essere umano è un riflesso, una proiezione.
Come nella sua piccolezza la goccia dell’oceano contiene la stessa acqua che costituisce l’intero mare, così l’individuo si porta appresso la medesima sostanza di tutto l’universo. E, per estensione, se vogliamo precisare con un nome: la stessa sostanza di Dio.
L’uomo non è una creatura separata, un ospite della creazione, è la creazione, è il creatore. Tuttavia, solo quando si intraprende un percorso di conoscenza di sé e ci si è liberati dall’idea di dover essere in un dato modo e dover fare date cose per soddisfare tutti i doveri (mascherati da desideri), che ci si alleggerisce dall’ego e ci si può vedere come creatori in conseguenza dell’essere porzione del tutto. E non perché si può prendere possesso di tutto e manipolarlo a nostro vantaggio; questo è quello che già l’essere umano fa su questo pianeta. Come se una cellula del mio corpo si accorgesse di essere parte di qualcosa di molto più grande, sconfinato, e allora, per il semplice fatto che ne è diventata cosciente, lo vuole comandare. Essa è sì il mio corpo, ma solo in misura del farne parte; così l’uomo in rapporto all’universo.
L’uomo è proiezione del creatore e pertanto è lui stesso creatore, come la mia immagine sullo specchio è identica a me. Essa espleta con perfezione il proprio scopo se segue i miei movimenti ogni volta che mi muovo. Se non lo facesse, sarebbe uno specchio utile parzialmente o difettoso. Fuor di metafora, l’uomo vive la sua vera natura quando riflette con piena armonia quanto sta “rispecchiando”. Il fedele si riconosce (si scopre) tutt’uno con quanto ha di fronte (è la sua immagine).
Tale armonizzazione, impariamo che è diretta conseguenza del non rinunciare a nulla (nella maniera proposta all’inizio di questo capitolo), dell’accogliere la vita in tutte le sue forme (altrimenti sarebbe un apparire diversi rispetto a quanto si sta rispecchiando). Tutto serve per fare la vita e il Padre sfrutta qualsiasi cosa per fare sperimentare all’uomo quanto deve affrontare. Con vero stupore, si può leggere nel Vangelo che Dio si serve addirittura di Satana per dei fini precisi; come far vivere a Gesù l’esperienza evidentemente necessaria di prove e tentazioni nel deserto. Cosa sarebbe successo se, invece, Gesù si fosse opposto a un simile esame? Comprensibilmente, Gesù avrebbe anche avuto ragione, se avesse tentato di evitarlo. È forse perché Egli sa che tutto è sottilmente legato al Padre e alla Sua volontà, che acconsente?
Così Gesù attraversa quell’esperienza scandita con incontri vari con Satana. Egli, semplicemente, accetta di viverla. Tuttavia, ricordiamo che nel Vangelo si racconta di altri episodi in cui Gesù esercita la forza contro demoni per liberare persone possedute. Può essere che nel secondo caso si tratta di un Male, un “Satana”, che sfugge a quello che Dio vuole per Gesù? No, non cambia nulla, non c’è differenza fra i due casi se non nella reazione di Cristo. Perché anche i demoni del secondo caso, Gesù sa che sono in realtà manifestazione di Dio: sono lì perché Egli deve affrontarli con forza. Proprio come qualsiasi cosa che nella vita di ciascuno di noi può essere valutata come negativa: ci capita sì, come evento da affrontare, ma sempre come anch’esso manifestazione del divino.
In un modo più esaustivo, si è voluto qui delineare quanto l’abitudine del giudicare è non solo controproducente, ma anche una mera perdita di tempo ed energie. Inoltre, può portare a un affievolire o intorpidire la propria armonia. La quale, vedremo essere (sempre più nel corso dei vari capitoli) la chiave più fattiva per entrare in contatto con la propria essenza di creatore. E quindi con Dio.