28/05/26

Autosciamano: quando la spiritualità diventa un’altra forma di dipendenza




Negli ultimi anni si è diffusa una forma di spiritualità sempre più accessibile, continua e onnipresente. Tecniche meditative, percorsi energetici, pratiche sciamaniche, coaching spirituale, ritualità contemporanee, ricerca del “sé autentico”: tutto sembra orientato verso l’idea di una trasformazione personale permanente.

La promessa implicita è chiara:
diventare finalmente completi,
pacificati,
consapevoli,
realizzati.

Eppure, proprio mentre il linguaggio spirituale invade la cultura contemporanea, emerge un paradosso evidente: moltissime persone continuano a vivere in una tensione interiore costante.

Cercano continuamente qualcosa.
Una nuova esperienza.
Una nuova comprensione.
Un nuovo livello di coscienza.

Ma raramente arrivano a una reale liberazione psicologica.

È da questa contraddizione che nasce il percorso di “Autosciamano”, strettamente collegato al lavoro che ho sviluppato nel saggio "Vangelo Pratico" in cui il Vangelo viene affrontato non come sistema religioso o dottrinale, ma come processo concreto di trasformazione della coscienza.

Nel libro sostengo un punto molto preciso: il Vangelo non va interpretato soltanto intellettualmente, ma vissuto come esperienza diretta. Non come accumulo di credenze spirituali, ma come possibilità di attraversare la dissoluzione delle strutture interiori che producono separazione, paura e bisogno di controllo.

Ed è esattamente qui che il discorso si collega alla crisi spirituale contemporanea.

Oggi la spiritualità rischia spesso di funzionare secondo la stessa logica del consumismo. Cambiano gli oggetti, ma non il meccanismo psicologico.

Nel consumismo materiale si cercano oggetti per ottenere un’identità più soddisfacente.
Nel consumismo spirituale si cercano pratiche, stati interiori e percorsi per ottenere una versione “migliorata” di sé stessi.

In entrambi i casi esiste un io che si percepisce incompleto e tenta continuamente di colmare quella sensazione di mancanza.

Per questo il problema non riguarda l’efficacia delle tecniche spirituali. Molte tecniche funzionano davvero. Producono benessere, stabilità emotiva, stati percettivi intensi, senso di apertura.

Ma la domanda decisiva è un’altra:
cosa stanno alimentando interiormente?

Perché una pratica può anche ridurre temporaneamente la sofferenza, continuando però a rafforzare l’idea di fondo che ci sia un “sé” insufficiente che deve continuamente trasformarsi per sentirsi finalmente completo.

Il punto non è perfezionare l’ego.

Il punto è vedere il meccanismo stesso che lo sostiene.

Nel libro, il Vangelo viene letto come una descrizione simbolica della caduta dell’identità separata. Quando Cristo parla di “perdere la propria vita”, il riferimento non viene interpretato in senso moralistico o religioso, ma come dissoluzione dell’immagine psicologica attorno a cui costruiamo continuamente noi stessi.

Questo cambia completamente la prospettiva.

La spiritualità non diventa più una strategia per migliorarsi.
Diventa il luogo in cui smette lentamente di essere necessario difendere costantemente un’identità.

È un passaggio molto diverso dalla crescita personale contemporanea.

Gran parte della cultura odierna è fondata sull’idea che l’essere umano debba ottimizzarsi continuamente:
più efficiente,
più consapevole,
più evoluto,
più centrato,
più performante.

Anche il mondo spirituale spesso riproduce questa logica senza rendersene conto.

Ma cosa accade se la sofferenza nasce proprio dalla continua centralità attribuita all’io?

Questa domanda attraversa tutto il percorso di “Autosciamano”.

Per questo il termine non indica una nuova tecnica o una nuova identità spirituale. Al contrario, indica la fine della delega.

Siamo abituati a credere che qualcosa all’esterno possa salvarci:
un metodo,
un maestro,
una disciplina,
una conoscenza superiore,
una pratica definitiva.

Ma esiste un momento in cui questa ricerca può essere osservata senza essere più alimentata.

Non come rinuncia alla vita.
Non come passività.
Ma come cessazione della tensione continua a voler diventare altro da ciò che si è.

Nel mio lavoro questo punto si collega direttamente anche all’interpretazione del Vangelo come esperienza non duale.

La separazione fondamentale non è tra esseri umani diversi. È la percezione di essere un io isolato davanti a una realtà esterna che deve essere controllata, interpretata o conquistata.

Da quella percezione nasce il bisogno incessante di completarsi.

E allora anche la spiritualità rischia di trasformarsi in un sofisticato tentativo di gestione dell’insicurezza esistenziale.

Per questo in il tema centrale non è la fede come adesione religiosa, ma l’affidamento. Non un credere dogmatico, ma il venir meno della necessità di controllare continuamente la vita attraverso l’identità.

Questo non elimina l’azione, i desideri o i bisogni umani.

Cambia però il modo in cui ci relazioniamo ad essi.

La vita continua: si ama, si lavora, si soffre, si crea, si attraversano conflitti e trasformazioni. Ma tutto questo smette lentamente di essere utilizzato come materiale per costruire un’immagine da difendere.

Per questo il percorso che propongo non è una nuova dottrina spirituale. Sarebbe una contraddizione. È piuttosto un invito a osservare il movimento continuo con cui l’essere umano cerca di proteggersi attraverso identità, credenze, pratiche e interpretazioni.

E forse la vera trasformazione non avviene quando aggiungiamo qualcosa a noi stessi. Forse avviene quando smette lentamente di essere necessario tutto ciò che usavamo per sentirci completi.


Nel video, parte della conferenza su questo tema tenuta al FESTIVAL DELLA NUOVA UMANITA' a Padova, 2026.

26/05/26

Armonia delle resistenze: tecnologia, controllo e bisogno di significato

Viviamo in un’epoca in cui tutto sembra dover essere immediato. Le informazioni scorrono continuamente, le risposte sono istantanee, le interpretazioni automatiche. Ogni giorno siamo immersi in una velocità non soltanto pratica, ma mentale. Reagiamo, commentiamo, decidiamo, consumiamo esperienze e perfino emozioni con un ritmo sempre più accelerato.

Ed è proprio dentro questa realtà che nasce il mio romanzo “Armonia delle resistenze”.

Durante la presentazione del libro presso la Fondazione Cassamarca ho cercato di raccontare non soltanto la trama del romanzo, ma soprattutto le domande che hanno generato questo lavoro. Perché credo che i romanzi non nascano mai semplicemente da un’idea narrativa. Nascono dall’osservazione del mondo e dal tentativo di comprendere qualcosa dell’esperienza umana.

Uno degli aspetti più interessanti del nostro tempo è che, pur vivendo nell’epoca della massima disponibilità di informazioni, molte persone sembrano sentirsi sempre più disorientate.

Abbiamo accesso immediato a dati, spiegazioni, mappe, contenuti, opinioni, strumenti di analisi. Eppure questa enorme quantità di conoscenza non ha eliminato l’incertezza. In alcuni casi l’ha persino amplificata.

Perché il problema profondo dell’essere umano non riguarda soltanto il bisogno di sapere. Riguarda il bisogno di attribuire senso alla propria esperienza.

La maggior parte delle persone non cerca semplicemente risposte tecniche. Cerca una forma di orientamento esistenziale. Cerca qualcosa che riduca la complessità emotiva della vita, che renda leggibili le relazioni, le paure, il desiderio, il dolore, le trasformazioni interiori.

Ed è qui che emerge una questione centrale della contemporaneità: la crescente esternalizzazione del significato.

Sempre più spesso affidiamo all’esterno il compito di interpretare ciò che viviamo. Lo facciamo continuamente, anche senza accorgercene. Attraverso gli algoritmi, i social network, i contenuti motivazionali, le narrazioni identitarie, i sistemi di profilazione, le intelligenze artificiali.

Non ci limitiamo più a utilizzare strumenti tecnologici. Stiamo lentamente imparando a relazionarci con essi come fossero strutture interpretative.

Questo passaggio è enorme.

Per la prima volta nella storia umana esistono sistemi artificiali capaci non soltanto di organizzare informazioni, ma di partecipare alla costruzione del senso soggettivo della realtà. Le tecnologie contemporanee iniziano a occupare uno spazio che un tempo apparteneva ai sistemi simbolici, filosofici o spirituali.

Molte persone oggi dialogano con l’intelligenza artificiale non per ottenere dati, ma per sentirsi comprese. Per chiarire emozioni. Per ricevere rassicurazioni. Per elaborare dubbi esistenziali. Per trovare conferme rispetto alla propria identità.

Questo fenomeno rivela qualcosa di molto profondo sull’essere umano.

Rivela quanto sia difficile sostenere il vuoto interpretativo.

L’incertezza infatti non è soltanto una condizione pratica della vita. È una condizione psicologica estremamente destabilizzante. L’essere umano tende naturalmente a costruire narrazioni capaci di ridurre l’ambiguità dell’esistenza. Ha bisogno di sentire che gli eventi siano collegati tra loro, che le esperienze abbiano una direzione, che il dolore possieda un significato leggibile.

Per questo motivo gli esseri umani hanno sempre creato sistemi simbolici. Cambiano le forme storiche, ma il meccanismo rimane sorprendentemente simile.

In passato questo bisogno si esprimeva attraverso miti, religioni, rituali, pratiche divinatorie, cosmologie. Oggi riemerge dentro le architetture digitali e gli ecosistemi algoritmici.

La tecnologia contemporanea non produce soltanto comodità. Produce anche interpretazioni implicite del mondo.

Ogni suggerimento automatico contiene un modello di desiderio.
Ogni algoritmo presuppone una certa idea di comportamento umano.
Ogni sistema di personalizzazione restituisce continuamente all’individuo un’immagine di sé.

E lentamente rischiamo di abituarci a vivere dentro sistemi che anticipano le nostre scelte, organizzano le nostre preferenze e orientano perfino il nostro immaginario emotivo.

Il punto però non è demonizzare la tecnologia.

Le letture apocalittiche sono spesso superficiali quanto quelle ingenuamente entusiastiche. Il nodo reale riguarda piuttosto la fragilità dell’essere umano di fronte all’indeterminatezza della vita.

Viviamo infatti in una cultura che tende a trasformare tutto in spiegazione immediata. Ogni esperienza deve essere definita, catalogata, interpretata rapidamente. Esiste una crescente insofferenza verso ciò che rimane ambiguo, contraddittorio o non risolvibile.

Ma l’esistenza reale non funziona così.

L’identità è instabile.
Le relazioni sono opache.
Il desiderio cambia continuamente forma.
La sofferenza raramente segue logiche lineari.
Perfino la percezione di sé è molto meno coerente di quanto immaginiamo.

E forse una parte importante della maturità interiore consiste proprio nell’imparare a convivere con questa instabilità senza cercare continuamente un sistema esterno che la neutralizzi.

Oggi invece sembra emergere una tendenza opposta: delegare sempre più il rapporto con il dubbio.

Cerchiamo dispositivi che semplifichino l’ambiguità.
Vogliamo strumenti che riducano il margine di incertezza.
Desideriamo interpretazioni che rendano immediatamente leggibile la nostra esperienza.

Ma questa ricerca incessante di controllo produce spesso un effetto paradossale.

Più tentiamo di eliminare l’incertezza, più aumentano ansia, dipendenza psicologica e bisogno di conferme continue. Perché la vita rimane comunque eccedente rispetto a qualsiasi sistema interpretativo.

Esiste sempre qualcosa che sfugge.

Forse è proprio qui che la letteratura, l’arte e il pensiero mantengono ancora una funzione essenziale.

Non perché offrano soluzioni definitive, ma perché permettono di abitare le domande senza ridurle immediatamente a risposte automatiche.

Un’opera autentica non anestetizza il mistero dell’esistenza. Lo rende attraversabile.

E in un’epoca ossessionata dalla velocità, dalla prestazione e dalla semplificazione costante dell’esperienza umana, recuperare uno spazio di complessità potrebbe diventare un gesto sempre più necessario.




28/04/26

AUTOSCIAMANO

Oltre alle presentazioni del saggio VANGELO PRATICO e del romanzo ARMONIA DELLE RESISTENZE, sono impegnato in contesti diversi a proporre l'immagine dell'AUTOSCIAMANO.

Il prossimo appuntamento sarà un talk ospitato dal FESTIVAL DELLA NUOVA UMANITA'

il 2 maggio, 

ore 10:15.




L’“Autosciamano” è un concetto che indica la fine della dipendenza da tecniche, maestri e percorsi spirituali come strumenti per “diventare qualcosa di diverso”. Non è una nuova pratica, ma una rottura con l’idea stessa di ricerca spirituale intesa come accumulo di esperienze o miglioramento dell’io.

In questa visione, lo sciamano originario non è un operatore di tecniche, ma qualcuno che ha attraversato la dissoluzione dell’identità separata. “Autosciamano” significa quindi non delegare più a nessuno la propria trasformazione: smettere di cercare fuori ciò che dovrebbe completare o salvare.

La conseguenza non è il rifiuto della vita o delle esperienze, ma il loro rovesciamento di senso: non più strumenti per diventare qualcuno, ma ciò che accade quando non c’è più bisogno di diventare altro. La spiritualità, così, non è un percorso da seguire, ma qualcosa che cade insieme all’idea di un io che deve cercare.