24/08/22

IL VERO FEDELE NON SI ASTIENE DA NULLA - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 2

Qui di seguito il secondo capitolo del nuovo libro che ho scritto IL GIORNO DELLA SALVEZZA che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


IL VERO FEDELE NON SI ASTIENE DA NULLA


A seguito del capitolo precedente, l’immagine del fedele deve nettamente apparire distinta da quella stereotipata. Di solito, il fedele viene idealizzato come una persona morigerata, sobria e specialmente rinunciataria. Invece, a questo punto, in che cosa vediamo che egli si limita e a cosa rinuncerebbe? A se stesso, a porre se stesso come il pianificatore primo della propria esistenza.
Così, da fuori, il fedele avrà l’aspetto di colui che non mette al centro della propria esistenza un percorso lavorativo, la soddisfazione di un dato piacere, il raggiungimento di prestabiliti obiettivi o lo sforzo di possedere determinate cose. E questo non è conseguenza di un’assenza di passione o azione, ma assenza di un mettere per prima la propria volontà (il proprio ego).
Come spiegato, egli, in realtà, non darebbe priorità a una cosa precisa a causa del considerare tutto divino e pertanto del medesimo valore. Quindi, quello a cui rinuncia è più esattamente il ricercare una cosa sola. Il fedele, paradossalmente, è pronto ad accettare qualsiasi direzione per la propria vita e, pertanto, non sarebbe incline a rinunziare ad alcunché. Seppure in misura del discernimento e delle proprie intuizioni, come dimostrato nel volume precedente, Vangelo Pratico.
Un altro paradosso, un altro fraintendimento, allora: è, semmai, chi non è fedele, chi non pratica il Vangelo a esperimentare una vita di rinunce in quanto, sentendosi in dovere di focalizzare i propri sforzi verso traguardi delineati e, spesso, rigidi, finisce per non godere dell’eventuale restante che potrebbe trarre dalla vita.
Come cristiano, verrebbe spontaneo, quasi senza rifletterci, il prendere decisioni che si rivelano in linea con la filosofia di amore e pace seguita. Tutto ciò che è divergente da essa, risulta infine come invisibile: non viene naturale considerarlo. Questo, allora, non è un rinunciare poiché si tende con naturalezza solo verso alcune cose e mai verso altre; proprio perché trattasi del proprio stato naturale. E in questa dinamica, non si sta perdendo nulla perché la propensione del fedele porta personalmente ad approfondire e scoprire varianti e proposte della realtà che neppure si sapeva che esistessero. Un po’ come quando una persona che è vegetariana accede a un universo di sapori e pietanze che non conosceva fino allora; mentre chi non lo è, spesso teme che se si privasse della carne si dimezzerebbe soltanto il proprio menù e la varietà di quello che può gustare.
Ritornando al discorso più astratto, il fedele arrendendosi a qualcosa di più grande di lui (in luogo del prendersi la responsabilità per ogni esito che otterrà nella vita) smette di fare rinunce. Egli si abituerà allora a una libertà che gli permette di non perdere nessuna esperienza appagante per sé. Il fedele è una persona che abbraccia tutto, e più si abitua all’amore e più abbraccerà. Nel senso che maggiore è la sua disposizione ad accogliere, maggiore sarà l’andargli incontro della vita stessa e dei suoi doni.
Se io mi sforzassi in tutti i modi di ottenere qualcosa che desidero, come il possedere una certa automobile, potrei alla fine arrivare effettivamente a potermela permettere e acquistare. Invece, se io mi concentrassi solo su desiderare di accogliere quanto mi arriva dalla vita, benché seriamente appassionato di auto o nel vero bisogno di dovermene procurare una, forse potrei non raggiungere l’auto che sto sognando, ma vivere varie esperienze che saranno l’ideale tassello per il mio procedere progressivo in questa vita.
Infatti, pure quello che sogno è, in realtà, soltanto un’idea (vedi capitolo 1). Anch’essa formulabile solo attraverso quello che conosco: non posso desiderare qualcosa che non conosco. Forse, allora, non sono io a sognare quella data cosa, ma è la mia mente a farlo (ovvero l’insieme di quanto conosco e ho fatto esperienza). E cercare di concretizzare quel sogno sarebbe come fare quanto dice qualcun altro: la mia mente. Invece, controllare la propria volontà per lasciare che altro possa agire in essa, non è parimenti un annichilirsi, un dipendere. Questo si spiega perché se una persona è certa che ogni cosa è Dio, di conseguenza considera anche se stessa come Dio.
Ovviamente, non si intende che ogni ente nell’universo, ogni uomo della Terra è un dio. Sarebbe alla stregua di catalogare ogni goccia dell’oceano come l’oceano. Semmai, ogni entità è parte (nella sua sostanza) e partecipatrice (nella sua coscienza) a quel tutto che, fino ad adesso, abbiamo deciso di chiamare Dio. Allora, un fedele, un praticante del Vangelo, non è alla mercé di una volontà superiore ma un perfetto componente, una sua manifestazione in questa realtà. Nella Bibbia, si descrive l’uomo come immagine di Dio: l’essere umano è un riflesso, una proiezione.
Come nella sua piccolezza la goccia dell’oceano contiene la stessa acqua che costituisce l’intero mare, così l’individuo si porta appresso la medesima sostanza di tutto l’universo. E, per estensione, se vogliamo precisare con un nome: la stessa sostanza di Dio.
L’uomo non è una creatura separata, un ospite della creazione, è la creazione, è il creatore. Tuttavia, solo quando si intraprende un percorso di conoscenza di sé e ci si è liberati dall’idea di dover essere in un dato modo e dover fare date cose per soddisfare tutti i doveri (mascherati da desideri), che ci si alleggerisce dall’ego e ci si può vedere come creatori in conseguenza dell’essere porzione del tutto. E non perché si può prendere possesso di tutto e manipolarlo a nostro vantaggio; questo è quello che già l’essere umano fa su questo pianeta. Come se una cellula del mio corpo si accorgesse di essere parte di qualcosa di molto più grande, sconfinato, e allora, per il semplice fatto che ne è diventata cosciente, lo vuole comandare. Essa è sì il mio corpo, ma solo in misura del farne parte; così l’uomo in rapporto all’universo.
L’uomo è proiezione del creatore e pertanto è lui stesso creatore, come la mia immagine sullo specchio è identica a me. Essa espleta con perfezione il proprio scopo se segue i miei movimenti ogni volta che mi muovo. Se non lo facesse, sarebbe uno specchio utile parzialmente o difettoso. Fuor di metafora, l’uomo vive la sua vera natura quando riflette con piena armonia quanto sta “rispecchiando”. Il fedele si riconosce (si scopre) tutt’uno con quanto ha di fronte (è la sua immagine).
Tale armonizzazione, impariamo che è diretta conseguenza del non rinunciare a nulla (nella maniera proposta all’inizio di questo capitolo), dell’accogliere la vita in tutte le sue forme (altrimenti sarebbe un apparire diversi rispetto a quanto si sta rispecchiando). Tutto serve per fare la vita e il Padre sfrutta qualsiasi cosa per fare sperimentare all’uomo quanto deve affrontare. Con vero stupore, si può leggere nel Vangelo che Dio si serve addirittura di Satana per dei fini precisi; come far vivere a Gesù l’esperienza evidentemente necessaria di prove e tentazioni nel deserto. Cosa sarebbe successo se, invece, Gesù si fosse opposto a un simile esame? Comprensibilmente, Gesù avrebbe anche avuto ragione, se avesse tentato di evitarlo. È forse perché Egli sa che tutto è sottilmente legato al Padre e alla Sua volontà, che acconsente?
Così Gesù attraversa quell’esperienza scandita con incontri vari con Satana. Egli, semplicemente, accetta di viverla. Tuttavia, ricordiamo che nel Vangelo si racconta di altri episodi in cui Gesù esercita la forza contro demoni per liberare persone possedute. Può essere che nel secondo caso si tratta di un Male, un “Satana”, che sfugge a quello che Dio vuole per Gesù? No, non cambia nulla, non c’è differenza fra i due casi se non nella reazione di Cristo. Perché anche i demoni del secondo caso, Gesù sa che sono in realtà manifestazione di Dio: sono lì perché Egli deve affrontarli con forza. Proprio come qualsiasi cosa che nella vita di ciascuno di noi può essere valutata come negativa: ci capita sì, come evento da affrontare, ma sempre come anch’esso manifestazione del divino.
In un modo più esaustivo, si è voluto qui delineare quanto l’abitudine del giudicare è non solo controproducente, ma anche una mera perdita di tempo ed energie. Inoltre, può portare a un affievolire o intorpidire la propria armonia. La quale, vedremo essere (sempre più nel corso dei vari capitoli) la chiave più fattiva per entrare in contatto con la propria essenza di creatore. E quindi con Dio.



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