12/10/22

NOI A SUA IMMAGINE E LUI A NOSTRA IMMAGINAZIONE - IL GIORNO DELLA SALVEZZA capitolo 9

Qui di seguito il nono capitolo del nuovo libro che ho scritto 

IL GIORNO DELLA SALVEZZA

che è il diretto seguito del Vangelo Pratico, edito da Anima EdizioniSpero così di fare cosa gradita a coloro che desiderano conoscere meglio il Vangelo Pratico e sapere come continuano gli approfondimenti. Attendo i vostri commenti e le vostre opinioni, anche in privato.


NOI A SUA IMMAGINE E LUI A NOSTRA IMMAGINAZIONE


Con l’avanzare dei capitoli, si sta prendendo confidenza con il principio che risiede nel cuore della rivelazione cristiana. Esso è l’elemento che fa balzare in avanti il fedele nel proposito di conoscere Dio, tanto importante quanto delicato. Infatti, se il fedele non è sufficientemente pronto ne riceverebbe tutt’altro che un beneficio.
Tale principio è che non esiste Dio, perlomeno non come figura separata dal tutto. Sarebbe sbagliato immaginare Dio come una persona e in tal modo riferirsi a Lui. Se il fedele prendesse l’abitudine a considerare Dio come una persona, in lui si pianterebbe l’idea di un limite. E lo stesso quando si usano altri appellativi o si evocano rappresentazioni per poterne capire meglio o spiegare.
Non posso chiedere a Dio pietà o una benedizione perché non me le può dare: non è un uomo. Stiamo scoprendo, piuttosto, che l’essere a Sua immagine non è nel nostro essere uomini o per una somiglianza fisica: le persone sono il riflesso del Padre per la loro componente essenziale, quella svincolata da qualsiasi limite e definizione.
Stavolta non si tratta di un ragionamento illogico proposto dalle Sacre Scritture per illuminarci ulteriormente. È proprio un errore nel giudicare e descrivere qualcosa che non può avere una descrizione esaustiva. Nello sbattere contro queste contraddizioni e difficoltà interpretative, pare normale indugiare in semplificazioni, anche su Dio.
Egli è tutto, per quello siamo inevitabilmente a sua immagine. Il vero essere dell’uomo non è nella superficie, è la coscienza. Dio, quindi, potrebbe più correttamente essere individuato come una coscienza da noi accostabile e assimilabile in misura della nostra realizzazione. Ovvero, nella personale pratica al Vangelo: Dio è realizzare questa coscienza pura e creatrice.
Dio si palesa nell’universo in innumerevoli modi a seconda delle necessità e dell’individuale possibilità di fare da tramite a questo infinito e trascendentale universo. Dio, pertanto, si incontra lungo tutta la Storia umana, compare anche sotto forma di individui, più o meno consapevoli. Ma non è solo in questo che si esaurisce la spiegazione dell’espressione biblica “Dio vivente”. Dio è vivente perché è la vita e ogni cosa che vive. Per questo si insiste non a compiacere Dio come una persona, ma come la vita intera.
Nel corso dei secoli, per poter dispiegare ai fedeli nel miglior modo la via per conoscere Dio, Egli è stato insignito di nomi e definizioni differenti. Qui non si vuole aggiungere altre parole a tale scopo o una nuova formulazione, ma semmai invitare a smettere di pensare per definizioni; cioè con la mente. Se io vedo un antico affresco che raffigura il Signore, non celebro Dio per ciò che contemplo nell’opera d’arte ma perché Egli è, oltre la mera rappresentazione, anche il muro dove l’affresco poggia, l’edificio, tutti coloro che lo costruirono, ecc. Già il bisogno, nella lingua italiana, di utilizzare il pronome “egli” per riferirsi a Dio, facendo intendere che sia una figura maschile, dovrebbe essere abbastanza per prendere coscienza delle madornali trappole comunicative nelle quali non bisogna cadere a rischio di sviare e ottenebrare qualcosa di così alto e profondo.
Finirla con le descrizioni è appunto un modo per limitare la comunicazione con la mente e i pensieri a rischio di dar loro una primaria importanza. Non è necessario aggiungere altro su tale premura; lo svantaggio, altrimenti, sarebbe di personalizzare Dio, farLo proprio. Come Lo si immagina, quindi a nostra immaginazione. Nella religione in cui Dio è come se fosse una persona, il fedele si sente indotto a cercare di conquistare quella persona. Forse era importante in un passato in cui gli uomini dovevano essere instradati a regole di condotta nuove e innovative. Tuttavia, a lungo andare possono porre il fedele in una sorta di competizione con gli altri fedeli per la propria salvezza che pare essere elargita da quella “persona”, dimenticando che siamo tutti uniti e quindi siamo tutti destinati alla salvezza. Al posto di un’apertura vera a scoprire la volontà di Dio per lui, abbracciare appieno la vita.
Anche laddove il cristiano eccellesse nella cura del prossimo, potrebbe alimentare la preoccupazione di farlo allo scopo di salvare la propria anima. Ovvero, la pratica del Vangelo potrebbe venir seguita per ottenere la cosiddetta salvezza dell’anima. Di conseguenza, anche nell’altruismo l’intento iniziale potrebbe essere egoistico. Sarebbe come se l’espressione di San Paolo di essere uomini di fede per la salvezza della propria anima sia un monito a pensare solamente a sé.
Invece, la fede si esprime verso gli altri, manifestando agli altri la salvezza: non preoccupandosi della propria. Impegnarsi per la salvezza della “propria anima”, allora non è un credere di rischiare di non essere salvi, ma vivere sapendosi già salvi, facenti parte del popolo degli eletti.
La speranza cristiana è il sentirsi in connessione con qualcosa di infinitamente più grande, la pura e onnipervasiva coscienza che, per facilità linguistica, chiamiamo Dio. È una speranza perché a essa ci si può unire seppure non la si può percepire pienamente a causa della gravità dello stato materiale dell’uomo. È una coscienza, pertanto, che può essere solo personalmente realizzata. Come un essere assolutamente sicuri della presenza dei propri organi interni seppure non saranno mai direttamente visibili: non se ne ha la prova come esigerebbe la logica, ma se ne vive una convinzione tale da esserne certi. Proprio come posso sperare che tutto dentro il mio organismo sia presente e attivo nel modo giusto, malgrado che proprio il mio corpo, essendo fisico, mi impedisca di attraversarlo con la percezione e sincerarmene.
Questa è la realizzazione della Verità, di Dio, della coscienza che è anche la nostra coscienza seppure raggiungibile solo al momento in cui la realizziamo. In questo movimento circolare, che un osservatore attento avrà notato in parecchie constatazioni qui riportate, è mostrata la connivenza tra Dio e l’uomo, l’universo intero. Ed è questo che si intende quando si ripete di un concreto e innovativo risultato ottenibile con la pratica del Vangelo. Uno è salvo, infatti, quando realizza di essere quella coscienza che abitualmente viene chiamata Dio o Signore (signore a lui separato). Spiritualmente, l’uomo aveva bisogno di vivere un’esperienza separata da questa Coscienza per poterla riscontrare; sarebbe, nel fantasmagorico esempio utilizzato a tal proposito, che io, incredibilmente, potessi visitare l’interno del mio corpo.
Questa intera esistenza, infatti, è un prodigio, un’architettura creata apposta perché ci possiamo accorgere di Dio. Un dono abbacinante che c’è stato offerto nell’amorevole scopo di farci uscire dall’ignoranza e unirci (o riunirci, sarebbe forse più preciso) a questa Coscienza, al tutto, avendolo capito, avendolo realizzato.
Conferire invece primaria importanza alla materialità, alle cose mondane, è come credere realistica la proiezione che viviamo. Immaginiamo proprio che sia come una proiezione cinematografica, esempio azzeccato visto che i primi fruitori dei cinema faticavano a credere che si trattasse di un artificio. E spesso, poi, non erano neppure in grado di raccontarne agli altri poiché non erano ancora stati adattati ragionamenti e un lessico adeguati per una simile rivoluzionaria invenzione.
Ecco perché a seconda delle epoche, delle culture, delle lingue, delle religioni, dell’origine geografica, ecc. si è trattato e descritto di Dio in modi diversi. Seppure, presumibilmente, partendo sempre dalla medesima intuizione, dalla stessa speranza. Allo stesso modo, pure nella nostra Bibbia era già stato spiegato tutto fin dal principio. L’uomo, infatti (si legge nella Genesi), è a immagine di Dio, ovvero egli ne è un’immagine, una proiezione, non l’originale.
Inoltre, l’uomo, oltre che a Sua immagine, è stato creato a Sua somiglianza. Quindi con il termine “immagine” si indica e identifica come l’uomo è nel suo essere estrinseco, esterno, si potrebbe aggiungere strutturale. Con “somiglianza” si suggerisce come è internamente, le sue caratteristiche e qualità. Cioè al pari di quelle dell’originale, di Dio. Come delucidazione usiamo l’ottimo parallelismo di un inventore con l’oggetto che ha creato: l’intelligenza artificiale diventa effettivamente libera e capace di ragionare e agire da sé quando dimostra di essere in grado, paradossalmente, di imparare e replicare in modo autonomo i ragionamenti e le azioni del proprio creatore.
L’uomo ha le stesse possibilità di Dio perché è della medesima coscienza di Dio. In misura di tale consapevolezza e quindi della propria fede, egli potrà infatti a piacimento modificare la realtà che sa essere solo un’immagine.





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